Con questo numero speciale di Lapilli+ auguriamo a tutti un po' di riposo e di spensieratezza prima del nuovo anno. Al tempo stesso condividiamo dei brevi estratti di quello che il 2023 è stato per buona parte di Magma: quello su cui abbiamo lavorato o che ci ha particolarmente colpito. Ne approfittiamo per ricordare che mettiamo amore e passione nella realizzazione di queste newsletter. E invitiamo dunque a sostenere il nostro lavoro passando al piano Lapilli premium. A chi lo fa entro il 31 dicembre, abbiamo riservato una piccola ricompensa, a livello simbolico: un pdf con tutte le Lapilli+ pubblicate nell'ultimo anno (sei mesi a dirla tutta). Sappiamo che fare questo upgrade sul nostro sito può essere macchinoso. Quindi non esitare a contattarci via email per chiedere assistenza (oppure puoi inviarci 12 euro per un anno di Lapilli premium tramite Paypal e aggiorneremo noi il tuo account). Non farti problemi anche a scriverci i tuoi suggerimenti o a richiedere un abbonamento gratuito. Saremo felici di valutare ogni richiesta caso per caso.

Ci vediamo l'anno prossimo nella tua casella di posta elettronica (o prima su LinkedIn e Instagram). Buone feste!

​Quest'anno, dopo una pausa forzata dalla pandemia, ho finalmente ripreso il cammino. Accompagnato da Davide Mancini, abbiamo visitato il Belgio, la Spagna e il sud Italia, concentrando la nostra attenzione su una forma poco conosciuta di inquinamento da microplastica: piccoli granuli chiamati pellet o nurdle.

Queste piccole sfere, ottenute dalla lavorazione di petrolio e gas naturale, sono alla base di molti oggetti che usiamo ogni giorno, come imballaggi, componenti per auto, materiali edili ed elettronica. Ogni anno, circa 167mila tonnellate di queste minuscole particelle – quasi quanto la plastica riciclata da Danimarca e Svezia nello stesso lasso di tempo – vengono riversate nell’ambiente, fuoriuscendo dagli impianti produttivi o smarrite durante il tragitto.

Gli esperti sostengono che le conseguenze di questa diffusa contaminazione sono molto gravi, con impatti sugli ecosistemi e sulla salute umana. Eppure, i nurdle rimangono trascurati nel dibattito sull'inquinamento da plastica. Attualmente, non esiste nessuna normativa a livello internazionale ed europeo che obblighi le aziende della filiera a mettere in atto misure preventive per evitare la dispersione di nurdle o segnalare casi di inquinamento. La mancanza di regolamentazioni significa inoltre che nessuno possa essere ritenuto responsabile quando ciò accade. I risultati di questa inchiesta ancora in corso sono stati diffusi da varie fonti europee, in lingue diverse (qui la pagina dedicata al progetto).

Ma questo è solo l'inizio: con Davide, ci stiamo già immergendo nel nostro prossimo viaggio, tra Andalusia e Italia centrale, per esaminare le conseguenze dell'eccessivo utilizzo di fertilizzanti nell'agricoltura europea. Restate sintonizzati.

MARCELLO ROSSI: Giornalista freelance, scrive di ambiente con un’attenzione particolare alla crisi climatica e le sue innumerevoli sfaccettature economiche, politiche e culturali. I suoi scritti, che spaziano da profili di attivisti e scienziati ad approfondimenti sulle soluzioni adottate a livello globale, sono apparsi su testate quali National GeographicThe EconomistThe GuardianBbcAl Jazeera e altri. Quando non scrive, fa tante altre cose.

Anche quest’anno buona parte del mio interesse è stato rivolto al tema dell’acqua, non solo nei confronti del mar Mediterraneo, che con il suo ‘corpo idrico’ unisce tre continenti, ma anche al ciclo completo dell’acqua, dalla sua caduta in forma di pioggia al percorso che la porta al mare. Con Marcello Rossi stiamo concludendo ora il nostro ‘viaggio’ seguendo piccole particelle di plastica che dai fiumi si riversano nel mare, e lì rimangono.

Pellet di plastica sulla spiaggia di Tarragona, Spagna, a qualche chilometro di distanza dal centro petrolchimico più grande del sud Europa (Davide Mancini).

Come rimangono i nutrienti usati nei fertilizzanti, che sono spesso causa di fenomeni complessi, che potrebbero essere contenuti con regolamentazioni più stringenti e un approccio diverso all’agricoltura.

Proprio in questo anno in cui mi sono trasferito in Andalusia, una terra dove i giorni di pioggia sono accolti come una festa, ho cominciato poi ad approfondire i sistemi di irrigazione tradizionali, dai quali c’è molto da imparare, per la loro struttura pensata e realizzata in armonia con l’ecosistema che li ospita.

Quello dei sistemi di irrigazione tradizionali sarà anche uno dei prossimi lavori in programma per inizio 2024. Spero che possa far riflettere sulla necessità di prendersi cura dei flussi d’acqua, in un clima in rapido cambiamento, che non per questo si debba trasformare in una catastrofe continua, bensì in un processo di adattamento in cui l’essere umano si veda come parte dell’ambiente in cui è immerso.

DAVIDE MANCINI: Giornalista freelance, si occupa di ambiente. Ha pubblicato diverse inchieste per media internazionali su argomenti come incendi forestali, pesca illegale e inquinamento del mare. Scrive, fotografa e filma i cambiamenti in atto nell’area del Mediterraneo. Qui trovi i suoi articoli.

All'inizio di settembre, la tempesta Daniel ha colpito la Bulgaria, la Turchia e la Grecia per poi spingersi, assumendo le caratteristiche di un medicane, ovvero di un ciclone mediterraneo, sulla costa settentrionale della Libia, distruggendo parte della città di Derna (Lapilli 10/23). La portata della devastazione è stata sconcertante, con oltre 12mila vittime e un quarto della città ridotto in rovina. La distruzione è stata tanto grande in quanto frutto di una combinazione di fattori antropici che hanno peggiorato in modo significativo un evento meteorologico legato al cambiamento climatico già di per sé senza precedenti. In poche parole, una quantità straordinaria di pioggia ha inondato un fiume effimero nel cuore della notte. Mentre questo torrente si dirigeva verso il mare, si è accumulato dietro due dighe in cattivo stato di manutenzione, costruite decenni fa per contenere proprio le inondazioni improvvise. Entrambe le dighe però hanno ceduto alla pressione e si sono rotte.

In pochi minuti, mentre i residenti dormivano nelle loro case, un’onda di fango e detriti ha travolto la città di Derna, cancellando tutto ciò che incontrava sul suo cammino. Non è stato lanciato alcun allarme e non è stato emesso alcun ordine di evacuazione. Nei giorni e nelle settimane successive, gli sforzi di soccorso e ricostruzione sono stati ostacolati dall'instabile situazione politica libica. A oggi, più di 40mila persone sono ancora sfollate.

Secondo gli scienziati, anche se i medicane potrebbero diminuire di frequenza, si prevede che diventeranno più intensi, ponendo un rischio per le aree costiere del Mediterraneo molte delle quali non preparate per gestire e affrontare tali eventi. L'alluvione di Derna sottolinea l'importanza di misure per mitigare gli impatti più gravi dei cambiamenti climatici. Ciò include il potenziamento dei sistemi di allerta precoce, la manutenzione dei letti dei fiumi e delle infrastrutture e la pianificazione strategica dello sviluppo urbano lontano dalle aree più a rischio.

GUGLIELMO MATTIOLI: Producer multimediale, ha contribuito a progetti innovativi usando realtà virtuale, fotogrammetria e live video per il New York Times. In una vita passata faceva l’architetto e molte delle storie che produce oggi riguardano l’ambiente costruito e il design. Ha collaborato con testate come The New York TimesThe Guardian e National Geographic. Vive e lavora a New York da 10 anni.

Gaia Squarci era arrivata in Kenya da poche ore quando mi ha parlato al telefono del suo lavoro, The Cooling Project, in collaborazione con l’Università Ca' Foscari di Venezia. Io, da poco sveglia, la ascoltavo da New York, per preparare la Lapilli+ di ottobre, dedicata al cambiamento climatico visto attraverso la fotografia.

Nei giorni precedenti, grazie a un lavoro di redazione – che si ritrova puntuale ogni giovedì, di prima mattina o appena dopo pranzo a seconda del fuso – avevamo provato a immaginare un filo conduttore, oltre al tema del clima, che legasse tra loro il lavoro di diversi fotogiornalisti: i quattro elementi naturali – aria, acqua, fuoco, terra.

Ma come si fotografa l’aria, elemento così effimero – trasparente, inodore, inconsistente – e al contempo protagonista di bollettini estivi sempre più allarmanti? Squarci lo ha fatto girando tre continenti, restituendo una narrativa visuale a una storia fatta anche di numeri, gradi e statistiche.

Per tracciare il lavoro dei cinque fotografi che hanno raccontato uno di questi elementi in relazione al clima che cambia, abbiamo fatto un lavoro di ricerca a partire da articoli letti sui siti di notizie o di approfondimento e salvati durante l’anno, siti di fotogiornalismo e vari post sui social media. Una volta trovati gli abbinamenti e le loro declinazioni, è iniziato il carosello di contatti e interviste.

M'hammed Kilito, impegnato in un viaggio di lavoro, è stato il più rapido a rispondere fornendo i dettagli del suo lavoro in Marocco, incentrato sulle oasi, ecosistemi in pericolo – che noi abbiamo legato all’elemento terra – e che gli è valso numerosi riconoscimenti tra cui il World Press Photo contest 2023 nella categoria progetti a lungo termine per la regione Africa.

Con Alessandro Penso, Andrea Mantovani e Brais Lorenzo ci siamo un po’ rincorsi via email e sui social. Fotografi spesso in viaggio, intenti a organizzare workshop, appena arrivati a un festival, o pronti per il prossimo assegnato, ma lo scambio vale l’attesa.

Per l’acqua, Penso ne ha catturato e descritto la ‘sovrabbondanza’ attraverso immagini dell'alluvione in Emilia Romagna, dove si è ritrovato in mezzo al fiume Lamone mentre esondava. Mantovani ci ha parlato dell’acqua allo stato solido e della sua scarsità, ovvero l’assottigliarsi della neve sui versanti alpini. Ha catturato la mutevolezza di questi luoghi, raccontando con cura e sensibilità l’impatto del cambiamento climatico sia sul paesaggio che sulla popolazione, le sue tradizioni e la sua identità.

Ciuffi d'erba spuntano dalla neve sulle piste di Sattel, in Svizzera, a causa delle alte temperature (Andrea Mantovani per The New York Times).

Infine Lorenzo ha fotografato paesaggi lunari distrutti dal fuoco, le terre bruciate nella Spagna nordoccidentale, scatti realizzati attraverso l’uso di un drone, ripercorrendo la frustrazione per il patrimonio naturalistico perduto e il senso di impotenza.

Nel valorizzare la prospettiva di questi cinque fotografi, ma anche le loro voci, ho pensato a come la crisi climatica di cui tanto parliamo, leggiamo e che ci spaventa – per alcuni ancora in parte inconsistente, per altri molto reale – è ben visibile all’occhio che non ne ignora i sintomi, campanelli di allarme a volte silenziosi da non minimizzare – come le chiazze d’erba sulle piste di Sattel, in Svizzera, che spuntano sotto gli scarponi mentre lo strato di neve che le ricopre si assottiglia e si scioglie per le temperature fuori stagione.

LUCIA DE STEFANI: Editor per una rivista americana per studenti. Come freelance, scrive recensioni su progetti fotografici e di illustrazione. Vive e lavora a New York, ma appena può torna a respirare il Mediterraneo.

Se ripenso a questo 2023, non riesco a scegliere un solo aspetto che mi abbia colpita. Ho ancora impresse le immagini dei pescatori con cui ho parlato a Cipro e in Grecia e dei pesci esotici e invasivi che ho visto e in alcuni casi assaggiato in quei luoghi, a partire dal pesce scorpione – a fine giugno poi avvistato in acque italiane. E allora ripenso alla serie sul sito di Magma dedicata ai nuovi abitanti del nostro mare e a quello che ha significato per me il lavoro fatto negli ultimi anni su questo argomento – e che ho raccontato qui.

Ripenso poi alla prima Lapilli+ e all’intervista con il biologo marino Jason Hall-Spencer proprio sull’espansione del pesce scorpione nel Mediterraneo; ma anche alle Lapilli+ successive. A quanto affrontare il tema delle emozioni ambientali con la giornalista Irene Baños e lo psicologo Lorenzo Ciabini dell’Associazione italiana ansia da cambiamento climatico (Aiacc) mi sia servito per capire meglio la mia ecoansia. A quanto intervistare Lucio Bellomo e leggere il suo libro sulle isole minori italiane mi abbia aiutato a viaggiare con la mente in un momento in cui non potevo farlo fisicamente. A quanto ho imparato sui sistemi di irrigazione tradizionali leggendo l’intervista fatta da Davide Mancini sulle acequias della Sierra Nevada; e quanto stimolante sia stato lavorare insieme a Lucia De Stefani alla newsletter dedicata al clima che cambia attraverso i quattro elementi e la fotografia. Ripenso alla forza e alla rabbia di chi ha avuto la vita sconvolta dall’alluvione che a novembre ha colpito la Toscana; e alle parole che il presidente dell’ordine dei geologi regionale Paride Antolini ha usato nell’intervista raccolta da Guglielmo Mattioli dopo quella ancora più tragica dello scorso maggio in Emilia Romagna.

Garage e cantine alluvionate tra San Piero a Ponti e Campi Bisenzio, a sette giorni dall'alluvione del 2 novembre 2023 (Michele Borzoni/TerraProject).

Ripenso a quanto questo progetto e le newsletter che proponiamo ogni mese aiutino a dare uno sbocco almeno alla mia ecoansia, a farci qualcosa, a sentirmi parte di una seppur piccola comunità che insieme si interroga sulle mille sfaccettature dei tempi complessi che stiamo vivendo, cercando al contempo soluzioni.

GUIA BAGGI: Giornalista indipendente, scrive di ambiente e nello specifico della relazione tra l’uomo e il mondo che lo circonda. Negli ultimi anni si sta concentrando sugli impatti che i cambiamenti climatici e altre crisi ambientali hanno sull'area mediterranea – ma anche su iniziative legate all'adattamento. Per questo ha ideato e co-fondato Magma.

Questo è tutto per questo mese. Grazie per aver letto fin qui. Ci vediamo nel 2024.

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