• di Clea Skopeliti
  • Traduzione di Guglielmo Mattioli

L’Estartit, SPAGNA - Sono passati quasi vent’anni, ma Isaac Moya, pescatore artigianale, ricorda ancora molto bene la settimana trascorsa a bordo di un peschereccio a strascico. “Quando tiravano su le reti, ti ritrovavi con i pesci fino alle ginocchia”, racconta. Di tutto quello che il peschereccio catturava al largo della Costa Brava, in Spagna, meno della metà finiva sul mercato. Il resto erano catture accidentali: pesci senza valore commerciale o troppo piccoli per essere venduti, che venivano rigettati in mare morti o agonizzanti.

In una fresca mattina d’inverno, mentre l’acqua lambisce dolcemente la sua barca, Alegria Segona, Moya scuote la testa ripensando a quell’esperienza. “Mi faceva stare male. Avevo sempre sentito dire che la pesca a strascico provocava molti danni, ma lì l’ho visto con i miei occhi”.

Moya è uno dei pochi pescatori artigianali - meno di una dozzina - presenti a L’Estartit, nella parte settentrionale della Costa Brava. Un tempo paese di pescatori, oggi il porto è occupato soprattutto da imbarcazioni da diporto, molto più numerose di quelle da pesca. Moya, che si concentra soprattutto su polpi e seppie, alterna diversi tipi di reti e trappole, pensati per catturare specie specifiche ed evitare gli esemplari più piccoli.

Ma nonostante peschi all’interno di un’area marina protetta, Moya deve condividere parte di queste acque con i pescherecci a strascico dei porti vicini, che pescano trascinando pesanti reti sul fondale. Spesso paragonata a un bulldozer che devasta il fondale marino, la pesca a strascico può avere profonde conseguenze ecologiche: secondo uno studio, nelle aree del Mediterraneo nord-occidentale sottoposte regolarmente a questa pratica i livelli di biodiversità sono inferiori del 50 per cento.

La pesca a strascico può inoltre provocare il rilascio di quantità significative di emissioni smuovendo i sedimenti dei fondali ricchi di carbonio, con costi economici potenzialmente enormi. Secondo uno studio condotto dai ricercatori di Pristine Seas della National Geographic Society, i danni climatici che ne derivano costano ai contribuenti 90 volte più dei profitti generati dal settore.

Moya fa parte di Protect Our Catch, una campagna europea che chiede di vietare la pesca a strascico nelle aree marine protette. Secondo lui, i pescherecci a strascico limitano gli spazi in cui possono lavorare i pescatori artigianali. “Noi abbiamo uno spazio limitato: dove pescano loro, non possiamo farlo noi. Ci dicono che il mare è di tutti, ma i pescherecci a strascico si prendono la maggior parte del pescato”, dice. “Se hanno barche grandi e possono spingersi al largo, che vadano più lontano. Almeno le zone costiere locali dovrebbero essere lasciate alla piccola pesca”.

Un tempo paese di pescatori, L’Estartit nella parte settentrionale della Costa Brava, ora ospita in prevalenza imbarcazioni da diporto (Clea Skopeliti).

Nelle acque mediterranee dell’Unione europea, la pesca a strascico è vietata entro tre miglia nautiche (5,5 chilometri) dalla costa o a profondità inferiori ai 50 metri. Moya è tra coloro che vorrebbero che i pescherecci a strascico fossero spinti verso acque più profonde, dove, sostiene, provocherebbero meno danni: i pescherecci che operano in acque meno profonde sono infatti particolarmente inclini a catturare accidentalmente esemplari giovani, dice.

“Non è che la pesca a strascico sia il diavolo e noi siamo gli angeli, ma credo che debba essere regolamentata in modo più severo”.

Aree marine protette: solo sulla carta?

Nonostante questi impatti, la pesca a strascico rimane molto diffusa in diverse aree marine protette (Amp) del Mediterraneo e quelle spagnole sembrano essere particolarmente poco tutelate. Nel 2021, l’organizzazione ambientalista Oceana ha riscontrato che la Spagna era il paese europeo con il maggior numero di Amp in cui era consentita la pesca. Secondo le stime dell’organizzazione, al tempo il 34 per cento delle aree marine spagnole appartenenti alla rete Natura 2000 e istituite per proteggere i fondali ai sensi della normativa europea era esposto a metodi di pesca ad alto rischio, tra cui la pesca a strascico, il dragaggio e la pesca con palangari (ndr, lunghe lenze alle quali sono fissati, a intervalli regolari, lenze più corte munite di ami); mentre il 21 per cento era esposto alla pesca a strascico. Secondo un’ulteriore analisi di Oceana, nel 2022 tre pescherecci a strascico spagnoli su quattro hanno pescato all’interno di aree marine protette, che in Spagna sono costituite per la maggior parte da siti marini della rete Natura 2000 (le Amp possono infatti essere istituite attraverso leggi nazionali o regionali oppure tramite la designazione di siti Natura 2000 nell’ambito delle direttive Habitat e Uccelli dell’Unione europea). 

Insieme a ClientEarth, un’organizzazione non profit specializzata in diritto ambientale, Oceana ha intrapreso un'azione legale contro il governo spagnolo per aver lasciato praticare la pesca a strascico in diversi siti marini della rete Natura 2000. Le due organizzazioni accusano il ministero dell’Agricoltura, della pesca e dell’alimentazione di non aver effettuato le valutazioni di impatto ambientale obbligatorie al momento del rilascio delle licenze annuali ai pescherecci a strascico e sostengono che vaste porzioni della rete spagnola di Amp siano protette soltanto sulla carta.

In una dichiarazione a Magma Magazine, un portavoce del ministero ha affermato che la Spagna applica “un’ampia normativa in materia di pesca derivante da norme internazionali, europee e nazionali” e che l’esistenza di un’Amp, compresi i siti marini della rete Natura 2000, non “implica automaticamente e in via generale il divieto di ogni attività di pesca o di uno specifico metodo di pesca, come la pesca a strascico”. Le norme, prosegue la dichiarazione, tengono conto degli habitat e delle specie per cui è stata istituita ciascuna area, così come di fattori legati alla sostenibilità “ambientale, sociale ed economica”.

Dall’eliminazione graduale della pesca a strascico a un approccio 'caso per caso'

Negli ultimi anni, l’approccio della Commissione europea nei confronti della pesca a strascico nelle aree marine protette ha oscillato tra il sostenere un divieto graduale e un voler analizzare il caso specifico. Nel suo Piano d’azione per l’ambiente marino del 2023, una comunicazione programmatica in cui l’Unione europea definiva la propria strategia e visione politica, la Commissione aveva chiesto di eliminare gradualmente la pesca a strascico nelle aree marine protette entro il 2030. Nel 2025, però, la Commissione, ha emesso un’altra comunicazione, il Patto europeo per gli oceani in cui viene adottato un approccio “caso per caso” alla pesca a strascico nelle Amp molto criticato dalle organizzazioni ambientaliste.

Un portavoce della Commissione europea ha precisato che comunque il Piano d’azione per l’ambiente marino del 2023 “non prevede un divieto generalizzato della pesca a strascico nelle Amp o al di fuori di esse”. Pur non essendo vincolante, ha spiegato, la comunicazione “fissa l’obiettivo di una transizione graduale verso pratiche meno dannose per i fondali marini, soprattutto nelle aree marine più sensibili”, un obiettivo incoraggiato anche dal Patto europeo per gli oceani del 2025. Le decisioni volte a limitare o vietare specifiche tecniche di pesca devono essere prese nell’ambito della Politica comune della pesca e valutate “caso per caso”, ha aggiunto.

In un clima politico in cui l’attenzione si è allontanata dalle politiche ambientali, il ricorso alle vie legali potrebbe offrire un approccio più efficace per spingere gli stati ad agire, sostiene Nicolas Fournier, direttore delle campagne del braccio europeo di Oceana. “È sicuramente un po’ più difficile adesso, dato il contesto politico, ma è anche per questo che facciamo un po’ più affidamento sull’azione legale… Gli obblighi ambientali sono ancora lì”.

Limitare la pesca a strascico nelle Amp, tuttavia, è diventato un tema politicamente sempre più controverso. La European Bottom Fishing Alliance, un gruppo di pressione del settore, sostiene che vietare questa pratica nelle Amp dell’Unione europea aumenterebbe la dipendenza dalle importazioni provenienti da “fonti non sostenibili come Russia o Cina”. Il gruppo ha espresso il proprio sostegno alla “visione di piani di gestione su misura” per le Amp contenuta nel Patto europeo per gli oceani: regole specifiche per ciascuna area, anziché un divieto generalizzato.

Più protezione può fare la differenza

Negli ultimi trent’anni, la flotta della pesca artigianale spagnola si è drasticamente ridotta. Nei pressi di L’Estartit, tuttavia, le acque protette intorno a El Montgrí, Les Medes e El Baix Ter hanno probabilmente contribuito alla sopravvivenza della pesca artigianale.

In alcune parti di questo sito Natura 2000 si sovrappongono diversi livelli di protezione, previsti da normative differenti. All’interno dell’area si trova la riserva marina delle isole Medes, una zona sottoposta a un divieto totale di pesca, circondata da una zona cuscinetto in cui la pesca a strascico è vietata, mentre sono consentite, con alcune limitazioni, la pesca a basso impatto e quella ricreativa. Moya si lamenta di quello che considera un trattamento che segue due pesi e due misure: mentre ai pescatori artigianali è vietato pescare nella zona a protezione integrale, gli operatori subacquei possono portarvi in barca gruppi di turisti. Allo stesso tempo, Moya riconosce che nella zona cuscinetto i pesci di scoglio - cernie e scorfani - sono più abbondanti grazie al cosiddetto effetto spillover, che permette alle popolazioni ittiche di riprendersi e di diffondersi oltre i confini invisibili della riserva.

Nel resto del sito Natura 2000, invece, i pescherecci a strascico possono operare, purché si mantengano sufficientemente lontani dalla costa. Sebbene la riserva sia ampiamente considerata un caso di successo dal punto di vista della conservazione, alcuni piccoli pescatori della zona sostengono che le loro catture continuino a risentire della presenza dei pescherecci a strascico che fanno base nei porti vicini.

Le acque intorno a El Montgrí, Les Medes e El Baix Ter hanno diversi livelli di protezione sovrapposti (Clea Skopeliti).

Jaume Pagés Yeves, pescatore artigianale di terza generazione, sostiene che i pescherecci a strascico utilizzino motori molto più potenti di quanto consentito e che, nel corso degli anni, le sue catture siano diminuite. “Più reti, più chilometri percorsi e meno pesce”, dice mentre pulisce le reti nel porto di L’Estartit. Pagés è scettico sulla possibilità che vengano adottate presto misure incisive contro la pesca a strascico nelle aree marine protette. “Introdurranno un divieto quando non sarà rimasto più neanche un pesce”, dice.

Jaume Pagés Yeves con un collega a L’Estartit (Clea Skopeliti)

A meno di un’ora di auto da L’Estartit, lungo la costa, si trova Roses, un porto importante per la flotta di pescherecci a strascico della regione. Toni Abad, capo della comunità locale di pescatori e presidente della Federazione catalana delle associazioni di pescatori, afferma che negli ultimi anni i pescherecci a strascico hanno ridotto notevolmente le catture accidentali grazie all’utilizzo di reti con maglie più larghe. Secondo Abad, la pesca a strascico è diventata sempre più selettiva. Tuttavia, una ricerca dell’Istituto catalano di ricerca per la governance del mare ha osservato, in un campione di battute di pesca avvenute a Roses nel 2023, che almeno il 23 per cento delle catture dei pescherecci a strascico veniva rigettato in mare.

I pescatori del gruppo di Abad sono preoccupati della possibilità che la pesca a strascico venga gradualmente eliminata nelle aree marine protette, comprese quelle vicine a Roses. “C’è molta incertezza e non sappiamo quali saranno le conseguenze se dovesse succedere”, dice Abad.

Ma anche tra chi pratica la pesca a strascico c’è chi la pensa diversamente. Jan Noel, proprietario di due pescherecci a Roses, ritiene necessario vietare questa pratica nelle aree marine protette per contrastare la pesca eccessiva.

Il settore si adatterà, sostiene: “Noi pescatori non lo faremmo se non fossimo costretti. Il mare ha bisogno di riposare”.

Troppo spesso, secondo Moya, gestiamo il mare pensando solo al presente. “Pan para hoy, hambre para mañana”, dice. Il pane di oggi è la fame di domani.

Immagine di apertura: una rete da traino rimasta impigliata in un fondale coralligeno a Fort d'en Moreu, Cabrera, isole Baleari, Spagna. La foto è stata scattata durante un'esplorazione di Oceana dei monti sottomarini delle Baleari nell'agosto 2014 (per gentile concessione di Oceana).


Questo articolo fa parte della serie “Mari e laghi sotto pressione” prodotta nell'ambito della seconda edizione della Fellowship di giornalismo ambientale di Magma.

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