- di Islam Alatrash
- Questo articolo è stato realizzato grazie al sostegno del Med Mosaic Ocean Literacy Grant.
- Traduzione di Guglielmo Mattioli
TRIPOLI, Libia - Quando si immerge, Talal Osman si imbatte spesso nelle tracce lasciate dalle esplosioni: fondali danneggiati, rocce ormai prive di vita marina e zone in cui i pesci, un tempo abbondanti, sono diventati sempre più rari.
Osman è un istruttore del Centro immersioni e soccorso di Bengasi. Da anni esplora i fondali della costa libica, da Bengasi fino a Tripoli e Zuwara.
“Il problema non è più soltanto quello di un pescatore che getta un esplosivo in mare per catturare una maggiore quantità di pesce”, dice. “Ci troviamo davanti alla diretta distruzione dell’ambiente marino”.
In Libia la chiamano jalatina: una tecnica di pesca che consiste nel far detonare esplosivi sott'acqua per stordire o uccidere i pesci e catturarli rapidamente. La pratica esisteva già prima della rivolta del 2011, ma secondo pescatori e ricercatori si è diffusa ulteriormente con l'indebolimento del controllo statale e una maggiore facilità di accesso agli esplosivi.
A distanza di 15 anni, nonostante ripetuti avvertimenti e campagne da parte delle autorità, la pesca con esplosivi continua a essere praticata. Uno studio del 2026, pubblicato sulla rivista scientifica North Africa Journal of Scientific Publishing, si è concentrato sulla pesca con la dinamite in due aree della Libia orientale. Tramite la somministrazione di questionari ai pescatori, lo studio ha rilevato che il 52,94 per cento dei partecipanti ha dichiarato di utilizzare esplosivi.
Molti pescatori che ricorrono a questa tecnica si sono mostrati riluttanti a rilasciare interviste, ma uno di loro ha accettato di farsi accompagnare a bordo della propria imbarcazione, a condizione di rimanere anonimo. Per lui, la jalatina è ormai una pratica quotidiana: un modo “rapido”, come lo definisce, per aumentare il pescato.
Sul corpo porta i segni di questa tecnica. Ha perso la punta di un dito in un incidente di pesca, eppure continua a utilizzare questo metodo.
“Alcuni pescatori lo fanno perché vogliono guadagnare più velocemente”, spiega. “I controlli sono scarsi e il mare è diventato un luogo in cui chiunque può fare quello che vuole”.
Ma sotto la superficie, raccontano i subacquei, i danni durano ben oltre i pochi minuti necessari a raccogliere il pescato.
“L’esplosione uccide pesci grandi e piccoli, distrugge le uova e allontana i pesci dai loro habitat naturali”, afferma Osman.
Una minaccia per la vita marina
Lungo la costa libica, pescatori e subacquei raccontano di un mare che sta cambiando. Secondo le loro testimonianze e alcuni studi recenti, in zone un tempo ricche di pesce le catture sono diventate sempre più scarse. Alcune specie si sono spostate in acque più profonde, altre sono diventate rare in determinati periodi dell'anno o hanno mostrato una riduzione nelle dimensioni.
“Usciamo con le reti e aspettiamo per lunghe ore, ma alla fine rischiamo di tornare con una quantità di pesce che non basta nemmeno a coprire il costo delle attrezzature”, dice Ahmed Aweidan, pescatore artigianale. “Chi usa gli esplosivi, invece, cattura in pochi minuti quello che noi non riusciamo a pescare in un’intera giornata. Il problema è che oggi ci guadagnano, ma distruggono il sostentamento di domani di tutti”.
La pesca con esplosivi è tra le tecniche più distruttive per l'ambiente marino: i suoi effetti non si limitano ai pesci che si vogliono catturare. Secondo l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura delle Nazioni unite, l’impiego di esplosivi può danneggiare gli habitat da cui dipende la vita marina. Permette di catturare grandi quantità di pesce in poco tempo, ma gli effetti sull’ecosistema possono durare ben oltre l’esplosione.
Uno studio del 2024 condotto nel mar Egeo, nella parte orientale del Mediterraneo, ha rilevato che le onde d’urto generate dalla pesca con esplosivi provocano gravi lesioni interne ed esterne ai pesci, tra cui danni agli organi, alle ossa e alla vescica natatoria, un organo pieno di gas che permette ai pesci ossei di regolare il proprio galleggiamento.
Al mercato del pesce della capitale libica, Salem al-Usta, 51 anni, lavora da oltre trent’anni nel settore. Gli anni trascorsi a maneggiare quotidianamente il pescato gli hanno insegnato a riconoscere quando qualcosa non va.
“A volte arrivano pesci dall’aspetto anomalo”, racconta. “Hanno gli occhi arrossati, la carne molle e la spina dorsale spezzata. [...] Alcuni commercianti li vendono perché costano meno, ma alla fine è il consumatore a pagarne le conseguenze”.
Sebbene venga spesso definita “pesca con la dinamite”, pescatori e fonti locali riportano che, anziché con la dinamite - o con esplosivi artigianali prodotti con i materiali disponibili in commercio, come i fertilizzanti agricoli - questo tipo di pesca viene anche praticata usando il trinitrotoluene (Tnt o tritolo), un esplosivo altamente tossico comunemente utilizzato nelle munizioni militari.
Le possibili conseguenze sulla salute rimangono poco comprese e in gran parte inesplorate. Nel corso di questa inchiesta non sono state trovate analisi disponibili pubblicamente che accertino la presenza di residui di Tnt o di altri contaminanti nei pesci, nell'acqua o nei sedimenti delle zone della Libia dove si pratica la pesca con esplosivi. Tuttavia uno studio ecotossicologico del 2006 su ordigni chimici inesplosi nel mar Adriatico ha riscontrato che gli inquinanti rilasciati dalle munizioni sommerse possono accumularsi nei tessuti dei pesci e provocare danni fisici.
Una legge rimasta sulla carta
La Strategia e il piano d’azione nazionale per la biodiversità della Libia per il 2023-2030, pubblicato dal ministero dell’ambiente, riconoscono che “diverse forme di pesca illegale”, compreso l’uso della dinamite, “si sono diffuse ampiamente, soprattutto dopo il 2011”, provocando il deterioramento delle risorse marine e la distruzione di habitat che possono essere difficili da ripristinare.
La legge libica n. 14 del 1989, che regola lo sfruttamento delle risorse marine, vieta espressamente l'uso di “esplosivi, sostanze velenose o narcotiche” e di qualsiasi metodo di pesca che danneggi la salute pubblica o comprometta la crescita e la riproduzione degli organismi marini.
Per i trasgressori sono previste pene detentive di almeno due anni e multe fino a 10mila dinari libici (circa 1.388 euro), oltre alla possibile confisca dell'imbarcazione e delle attrezzature.
Tra la legge e la sua applicazione esiste però un ampio divario. Per controllare le coste servono personale, mezzi e coordinamento tra il ministero delle risorse marine, la Guardia costiera, i comuni, le procure e le forze di sicurezza.
Queste istituzioni operano in un paese logorato dalle divisioni politiche, dalle guerre e dalla presenza di molteplici centri decisionali.
Per Mohammed El Rabiee, ex funzionario del settore della protezione e dell'ispezione marina, il problema non è la mancanza di leggi, quanto le difficoltà nel farle rispettare. “La legge esiste, ma servono pattugliamenti continui [da parte della Guardia costiera], controlli efficaci sui materiali utilizzati e segnalazioni da trasmettere alla procura”, afferma. “Non basta diffondere comunicati di avvertimento”.

A scoraggiare le denunce c'è anche la paura di ritorsioni. “Molte persone hanno paura di denunciare queste pratiche, perché chi usa esplosivi in mare non è sempre un semplice pescatore”, spiega Abdulmajeed Mlitan, responsabile del dipartimento di scienze ambientali dell’Università di Misurata. “A volte dietro queste persone ci sono reti di protezione o legami con gruppi armati o commercianti”.
Alcuni pescatori giustificano l'uso degli esplosivi con la povertà e l'aumento dei costi della pesca. Il costo del carburante, della manutenzione delle barche, delle reti e dei motori pesa sempre di più sui pescatori. Chi utilizza metodi di pesca legali, però, sostiene che l’impiego di esplosivi non faccia altro che aggravare il problema, impoverendo gli stock ittici e mettendo a rischio il sostentamento dei pescatori nel lungo periodo.
Cosa fare per proteggere il mare?
Per la biologa marina Sara Al Mabruk il primo passo per contrastare il fenomeno è la raccolta di dati. “Non possiamo proteggere ciò che non misuriamo”, afferma. “Abbiamo bisogno di mappe delle aree danneggiate, di un monitoraggio regolare degli stock ittici e di sistemi che permettano di risalire all’origine del pesce venduto. Se sappiamo da dove proviene il pesce e come è stato catturato, possiamo ridurre la domanda di quello pescato con gli esplosivi”.
Magma Magazine ha contattato i ministeri libici dell’ambiente e delle risorse marine per chiedere quali fossero le misure adottate per contrastare questa pratica, ma non ha ricevuto risposta nei tempi previsti per la pubblicazione di questo articolo.
Secondo l'istruttore subacqueo Osman, c’è ancora tempo per proteggere ciò che resta degli ecosistemi marini libici, anche se teme che la finestra per intervenire si stia rapidamente riducendo. Per farlo, a suo avviso, bisogna fermare le esplosioni, proteggere le aree di riproduzione dei pesci, perseguire i responsabili e coinvolgere i pescatori nel monitoraggio delle coste.
“Il mare può riprendersi”, dice Osman. “Ma dobbiamo dargliene la possibilità”.
Immagine di apertura: rocce danneggiate dalla jalatina nelle acque intorno a Tripoli (Islam Alatrash)