Settembre parte con un calendario per noi fitto di appuntamenti.
Il 19 settembre il nostro Guglielmo Mattioli sarà a Reggio Calabria per parlare di come il cambiamento climatico stia mutando i territori e la vita delle persone che li abitano in occasione della Biennale dello Stretto. Il 3 e il 4 ottobre ci trovi poi a Base, in via Bergognone a Milano, alla fiera di magazine indipendenti Mag to Mag. Infine, il 22 ottobre alle 18, ti aspettiamo a Palermo nel cortile della bibliofficina Booq dove con la nostra fellow Stefania D’Ignoti, Pierluigi Bizzini del Fada Collective, ricercatori dell'Università di Palermo e molti altri parleremo di incendi e cambiamenti climatici con un focus particolare sulla Sicilia.
Intanto, in questo numero di Lapilli, facciamo il punto sui principali eventi climatici dell’ultimo mese, dalle ondate di calore in Europa e Nordafrica alle temperature record dell’oceano globale. Parliamo inoltre di cetacei e traffico marittimo, di tartufi del deserto in una Spagna sempre più arida e di montagne instabili per lo scioglimento del permafrost e altri meccanismi innescati dal riscaldamento globale indotto dall’uomo. E come sempre molto altro.

Un’estate da (non) dimenticare. A metà agosto una nuova ondata di calore ha investito l’Europa, la quinta da maggio (anche se sfidiamo i più a distinguere la fine di una e l’inizio di un’altra). Spagna e Francia tra i paesi più colpiti, ma è stato soprattutto il Regno Unito a toccare temperature impensabili per quelle latitudini, superando i 38 gradi Celsius. Il servizio meteorologico nazionale britannico ha dichiarato che questa estate potrebbe diventare la più calda mai registrata nel Regno Unito. Il paese per la prima volta ha registrato quattro giornate distinte con temperature pari o superiori a 36 gradi. Anche in Francia, il 13 agosto si contavano 17 giorni consecutivi di caldo estremo - uno dei periodi più lunghi mai registrati - con punte di 39 gradi a Bordeaux e 37 a Nantes e Parigi. In Spagna, a Miranda de Ebro, al confine con la provincia basca di Álava, la temperatura massima ha raggiunto i 42,4 gradi, sollevando preoccupazioni per la già grave situazione del paese sul fronte incendi.
Come riportato da Elisabetta Povoledo nell’articolo del New York Times già linkato sopra, sempre più turisti stanno abbandonando l’idea di passare le vacanze estive in Europa; mentre la gente del posto inizia a preferire i pomeriggi nei cinema con l’aria condizionata alle spiagge roventi. Secondo un lungo articolo del New Yorker, gli ultimi mesi sembrano decretare il tramonto del turismo culturale estivo in città come Parigi, Milano e Barcellona (anche se alcune di queste città stanno cercando di correre ai ripari con rifugi climatici, una mirata progettazione del verde e impianti di raffreddamento urbani che sfruttano l’acqua dei fiumi) a vantaggio di mete nordiche più fresche. Mentre i residenti stanno già pensando a nuovi luoghi dove in futuro cercare riparo dal caldo.
Tra i giorni più insopportabili del mese appena trascorso - almeno in Italia - troviamo il 27 e il 28 agosto, quando un'ondata di calore (la quinta per il nostro paese) accompagnata da un alto tasso di umidità ha travolto lo stivale, interessando soprattutto il centro-sud. Se infatti al nord una tromba d’aria accompagnata da grandine si è abbattuta su Cremona facendo grossi danni a tetti, auto e monumenti, in Sardegna una località dell’Ogliastra ha sfiorato i 46 gradi. Anche in Calabria, in provincia di Cosenza, il termometro si è avvicinato ai 45 gradi. “Questo mix di caldo torrido e di caldo umido - ha scritto il meteorologo Giulio Betti su Instagram - è causato dall'azione congiunta di un'avvezione (ndr, il trasporto orizzontale di una proprietà dell’aria da una regione a un’altra) di matrice subtropicale desertica con masse d'aria atlantica”. Tra le due, continua il post, si è insinuata un'area nuvolosa, nota col nome di Warm Conveyor Belt, un flusso di aria calda e umida insieme, capace di generare anche forti precipitazioni. In aggiunta, pulviscolo e fumi in arrivo dal Nordafrica hanno appesantito ulteriormente l’aria.

In Algeria, infatti, temperature intorno ai 50 gradi e venti forti hanno favorito il divampare di centinaia di incendi lungo la costa settentrionale, causando la morte di almeno 12 persone. Sfiorati i 50 gradi anche in Tunisia, dove tagli ad acqua ed elettricità hanno alimentato malcontento e proteste contro il governo autoritario di Kais Saied. La situazione è inoltre critica negli accampamenti a sud di Gaza: qui, circa 1,9 milioni di palestinesi, rimasti senza casa per via dei bombardamenti israeliani, vivono in tende che nei mesi estivi - con temperature spesso intorno ai 35 gradi - diventano forni e si riempiono di insetti.
Mare caldo, piogge intense. Nel mentre l’oceano globale ha toccato un nuovo record di temperatura delle acque superficiali - superiore anche a quello del 2024 (del quale avevamo parlato in questo numero di Lapilli+).

Nel continente europeo, secondo una recente analisi dell’iniziativa scientifica World Weather Attribution, specializzata in scienza dell’attribuzione, le anomalie nelle temperature superficiali del mare osservate a luglio soprattutto nel Mediterraneo occidentale sarebbero state praticamente impossibili senza le emissioni di gas serra prodotte in eccesso dalle attività umane a partire dalla rivoluzione industriale.
“Questa è stata un’estate straordinaria per quanto riguarda il caldo in tutta Europa, ma gli effetti sulle nostre acque costiere non sono stati riportati con la stessa attenzione”, ha dichiarato Claire Bergin, una delle autrici dello studio, via LinkedIn. “La nostra analisi di attribuzione mostra che a oggi il cambiamento climatico indotto dall’uomo ha causato un aumento diretto della temperatura di circa 2 gradi nel Mediterraneo e di oltre 1,3-1,4 gradi nei mari dell’Europa occidentale”.
Gli scienziati hanno concentrato la loro analisi sui periodi di 14 giorni più caldi del mese di luglio. Secondo lo studio, i valori osservati sono aumentati rispettivamente di 3,1 e 2,6 gradi nel Mediterraneo occidentale e orientale rispetto al periodo preindustriale, quindi a un clima più freddo di 1,4 gradi.
Oltre agli impatti sulla vita marina e sul piano ecologico, acque costiere più calde possono incidere sulla salute pubblica e sul turismo, nonché sulla formazione di eventi estremi - come nel caso della Dana che nel 2024 ha colpito Valencia.
Inoltre, in un futuro ancora più caldo, i ricercatori evidenziano la probabilità che le ondate di calore marine diventino più intense e frequenti, rendendo più difficile l'adattamento. “Una rapida transizione che abbandoni i combustibili fossili - si legge tra le raccomandazioni - è essenziale per salvaguardare gli ecosistemi fondamentali, la pesca, la produzione alimentare e il turismo lungo le coste europee”.

I prossimi abitanti del Mediterraneo. Come evidenziato in altre edizioni di questa newsletter - e in questa serie di Magma Magazine - l’aumento delle temperature marine ha un impatto profondo sulla biodiversità dei nostri mari. Mentre le specie che preferiscono climi più temperati si spostano - finché possono - verso nord, quelle che tollerano o prediligono temperature più calde ampliano le proprie coordinate geografiche. Nel Mediterraneo questa espansione ha una porta di ingresso principale che fino al 1869 non c’era: il canale di Suez, che collega il mare nostrum con il mar Rosso e dunque con l’oceano Indo-Pacifico.
In un recente studio pubblicato sul Journal of Animal Ecology, un gruppo di zoologi dell’Università di Tel Aviv ha analizzato i dati provenienti da 247 videocamere subacquee installate all’estremità settentrionale del mar Rosso e lungo la costa orientale del Mediterraneo per confrontare le caratteristiche delle specie che si avventurano nel Mediterraneo, a differenza di quelle che rimangono confinate nel mare tropicale.
Tra queste ci sarebbe appunto la capacità di sopravvivere in acque meno profonde, prive di barriere coralline e con fondali sabbiosi. Prendendo dunque in considerazione i tratti che accomunano le specie che si sono ambientate al nuovo habitat, gli autori dello studio hanno concluso che pesci come la triglia oceanica (Parupeneus heptacanthus), il pesce palla stellato (Arothron stellatus) e il carangide maculato (Turrum fulvoguttatum) potrebbero essere i prossimi nuovi abitanti del Mediterraneo.
“Finora i ricercatori hanno cercato di comprendere le invasioni biologiche esaminando principalmente le specie che avevano già raggiunto il Mediterraneo”, ha dichiarato in un comunicato Jonathan Belmaker, tra gli autori dello studio. “Noi abbiamo fatto un passo indietro e ci siamo chiesti cosa caratterizza queste specie prima che inizino il loro viaggio” (Nautilus).
Giocare per tempo permetterebbe di evitare che le invasioni biologiche assumano dimensioni simili a quella raggiunta dal granchio blu nel Mediterraneo centrale - nonostante la specie più comune in Italia non c’entri nulla con il canale di Suez. Un recente reportage con le foto di Chiara Negrello ripercorre le trasformazioni che questa specie alloctona ha innescato nel delta del Po; mentre per approfondire gli ultimi sforzi messi in campo per arginare il problema in un’area poco distante (Cesenatico, Rimini e Cattolica) rimandiamo a un articolo di Geopop o a un altro di Scientific American. Dal 2024, infatti, i ricercatori dell'Università di Bologna stanno lavorando a un progetto di ripopolamento dei polpi nell'Adriatico per contenere il granchio blu, visto che il polpo è uno dei pochi predatori naturali di questa specie nel Mediterraneo. C’è chi però ha dei dubbi. Il tasso di sopravvivenza delle paralarve è solitamente molto basso e, anche se la popolazione di polpi nell'Adriatico dovesse aumentare, potrebbe finire per cibarsi di altri crostacei. È comunque presto per fare valutazioni. Se non catturati prima per altri scopi, chissà, magari i polpi potrebbero sorprenderci.

La minaccia delle navi nel santuario protetto. Quest’anno i ricercatori dell’Istituto Tethys raccontano di aver avvistato un numero più alto di cetacei nel mar Ligure rispetto agli anni passati: oltre 130 nei primi due mesi dell'estate. Tra i possibili motivi una maggiore presenza di krill, quei minuscoli crostacei di cui si nutrono molti cetacei, tra cui la balenottera comune, e più giorni di mare calmo. Durante le numerose uscite in mare effettuate quest’estate i ricercatori hanno fatto diversi incontri con balenottere comuni, capidogli, zifi (anche una mamma con il suo piccolo) e diverse specie di delfini (grampi, tursiopi, stenelle striate). Il gruppo ci tiene a sottolineare che si tratta di osservazioni e non di dati sulla salute delle popolazioni che frequentano questo tratto di Mediterraneo. L’area monitorata dal team di Tethys fa parte del cosiddetto Santuario Pelagos, l’area marina protetta più grande del Mediterraneo che coinvolge Italia, Francia e Principato di Monaco. Peccato che all’interno di questa ampia fetta di mare, grande due volte la Svizzera, passino ogni anno centinaia di migliaia di navi mercantili, oltre ai traghetti per Corsica e Sardegna, rappresentando un’importante minaccia per i cetacei. Le collisioni infatti sono la prima causa di morte non naturale per balenottere e capidogli. L’agenzia delle Nazioni unite che si occupa di traffico marittimo raccomanda alle navi di rallentare nelle zone in cui si avvistano i cetacei, ma non essendoci alcun obbligo quasi nessuno lo fa (Il Post).
Questo tema e le soluzioni messe in campo o allo studio per ridurre il numero di collisioni - non solo nel Santuario Pelagos, ma lungo le principali rotte delle balene nel Mediterraneo - è stato approfondito da uno dei gruppi dei nostri fellow. Il loro lavoro uscirà a breve su Mongabay e successivamente anche sul nostro sito.
Coltivare tartufi del deserto in una Spagna sempre più arida. È uscito invece su Lucy sui mondi il lavoro di un’altra Magma fellow, Ansley Evans. Durante la fellowship, Ansley ha seguito gli sforzi della botanica spagnola Asunción Morte dell'Università di Murcia che da tempo sta cercando di promuovere la coltivazione del tartufo del deserto nel sud della Spagna. A differenza di altre colture che necessitano di grandi quantitativi d'acqua, il tartufo del deserto cresce meglio in terreni sottoposti a stress idrico. Inoltre, diversamente dal tartufo di bosco, può essere mangiato e non solo usato come condimento. Apprezzatissimo in Medio Oriente e Nordafrica, cresce spontaneamente anche nel sud della Spagna - e in Sardegna - dove è stato a lungo dimenticato. C'è però chi lo sta riscoprendo. Nelle regioni a maggior rischio di desertificazione, infatti, potrebbe rivelarsi una coltura che, oltre a non sottrarre acqua laddove scarseggia, va anche a migliorare la fertilità del terreno.

Agrivoltaico in Egitto. Parlando sempre di cambiamenti in campo agricolo - quasi ad anticipare un altro argomento di cui si sono occupati anche i nostri fellow - alcuni contadini egiziani stanno testando i pannelli fotovoltaici per aumentare la resilienza delle loro colture alla scarsità d’acqua e alle temperature elevate. Diversi partner e finanziatori stanno infatti sostenendo due progetti pilota per valutare se e come questa tecnologia possa funzionare nelle piccole comunità rurali del paese, ma anche eventualmente su scala più ampia. L’idea alla base è, che coprendo i campi con i pannelli solari, gli agricoltori possano generare energia elettrica fornendo allo stesso tempo ombra alle piante, riducendo l’evaporazione e mitigando lo stress da calore. Al momento è tutto ancora in fase sperimentale, dalla disposizione dei pannelli alla scelta delle colture da coltivare, al modo in cui verrà utilizzata l’energia prodotta. Secondo questo articolo di Grist, infatti, i progetti prenderanno forma in base ai risultati e alle esigenze delle comunità coinvolte.

Montagne che si muovono. A pochi giorni dalla tragedia che ha travolto diversi villaggi al confine tra Nepal e Tibet, non possiamo non parlare degli impatti dei cambiamenti climatici sulle montagne. E lo facciamo rimandando a due articoli di approfondimento usciti uno sulla rivista svizzera Das Magazin e l’altro sull’Atlantic non troppo tempo fa.
A partire dal caso di Blatten, il villaggio svizzero sepolto dai detriti del ghiacciaio Birch nel maggio 2025, l'articolo di Das Magazin spiega il ruolo del permafrost nell'instabilità di molti angoli delle Alpi svizzere - e non solo - ai tempi della crisi climatica. Circa il 3-4 per cento della superficie della Svizzera è composta da permafrost, ovvero terra o roccia rimasta a temperatura pari o al di sotto dello zero per almeno due anni, si legge nell’articolo. Solitamente solo lo strato più superficiale si scioglie brevemente in estate, mentre tutto ciò che si trova al di sotto rimane congelato per secoli o, ad alta quota, addirittura per millenni.
Almeno, così era. Alcune misurazioni mostrano come il terreno ghiacciato a una profondità di dieci metri si sia scaldato in media di 0,8 gradi negli ultimi dieci anni. Inoltre, il riscaldamento globale sta facendo aumentare le infiltrazioni d'acqua all’interno delle montagne, contribuendo a loro volta al disgelo del permafrost e all’allargamento di crepe e fessure. A influire ulteriormente sul delicato stato in cui si trovano le montagne, il venir meno di ghiaccio e manto nevoso riduce la capacità di riflettere (albedo) e non assorbire i raggi solari, accelerando il tasso di riscaldamento di vette e non solo. Anche per questo, la Svizzera ha già registrato un aumento della temperatura di quasi tre gradi dall’inizio dell’industrializzazione (il doppio della media globale).
Nell’Artico la situazione è ancora più estrema con temperature che aumentano da due a quattro volte più velocemente alla media globale. Questo scioglimento, oltre a far riemergere batteri, minerali e sostanze sopite da secoli, va anche a riattivare processi di decomposizione e respirazione anaerobica, che contribuiscono a immettere ulteriore anidride carbonica e metano in atmosfera.
Nell’articolo dell’Atlantic - più breve ma dietro paywall - l’autore sottolinea come con il cambiamento climatico la geologia stia diventando una scienza in tempo reale. L’articolo parla degli episodi eclatanti - come Blatten - che hanno spinto gli scienziati a collegare la perdita dei ghiacciai al rischio di frane. Ma non solo. Racconta anche di nuove ricerche che stanno studiando gli effetti del cambiamento climatico su terremoti ed eruzioni.



GUIA BAGGI
Giornalista indipendente, scrive di ambiente e nello specifico della relazione tra l’uomo e il mondo che lo circonda. Negli ultimi anni si sta concentrando sugli impatti che i cambiamenti climatici e altre crisi ambientali hanno sull'area mediterranea – ma anche su iniziative legate all'adattamento. Per questo ha ideato e co-fondato Magma.Grazie per aver letto fino a qui. Questo è tutto per questo mese. Ci vediamo a ottobre.
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