Dal terremoto in Turchia e Siria alle zone umide della Spagna, passando per la pesca in Tunisia: in questi Lapilli, che segnano il primo anno della nostra newsletter (🎉), percorriamo in lungo e in largo il Mediterraneo e il suo continuo cambiamento. Seguici anche su Twitter e Instagram.

L’evitabile catastroficità dei terremoti. Come è noto, vista la prossimità alla faglia anatolica settentrionale, l’area tra la Turchia e la Siria colpita dal devastante terremoto del 6 febbraio non è nuova a fenomeni di questo tipo. Secondo un recente articolo uscito su Nature Computational Science, dal 1900 al 2019 sono stati registrati più di 1700 terremoti di magnitudo 5.0 o superiori in Turchia, 20 dei quali nel solo 2019. Ma prevedere le scosse più devastanti non è ancora alla portata della scienza. Alcuni fattori naturali sono da tempo considerati premonitori, come l’aumento della presenza di gas radon nell’acqua proveniente dal sottosuolo, che viene rilasciato dalle leggere scosse che precedono un sisma intenso; oppure lo strano comportamento degli animali. I sistemi di previsione a cui lavorano gli scienziati non sono ancora sufficientemente precisi per essere applicati alla realtà, anche perché i ‘falsi allarmi’ di un sistema impreciso potrebbero essere controproducenti e assuefare la popolazione. La domanda da farsi resta dunque: “si potevano evitare decine di migliaia di morti?”.  I sismologi dicono spesso che non sono i terremoti a uccidere le persone, ma gli edifici quando crollano. Alla luce delle centinaia di arresti di costruttori e delle immagini di immobili di recente costruzione sbriciolatisi nel giro di pochi minuti, quanto avvenuto in Turchia sembra ricalcare questo detto. Il New York Times cerca di rimettere insieme i tasselli di questa tragedia in una puntata del Daily. Per approfondire, suggeriamo anche gli account Twitter delle ricercatrici Judith Hubbard e Aybige Akinci.

Dal Po al Guadalquivir. La siccità del Po torna a preoccupare in pieno inverno, con le immagini satellitari che mostrano il basso livello del fiume da cui dipende l’agricoltura del nord Italia. La situazione coinvolge buona parte dell'Italia settentrionale. L’istmo dell’isola di San Biagio, nel lago di Garda, è riaffiorato a causa delle poche precipitazioni invernali, come mostrato in questo video di Repubblica. Ma questa volta gli agricoltori vogliono arrivare preparati all’estate, che si prospetta essere molto simile a quella passata se non si vedrà una primavera con abbondanti piogge. Secondo il direttore generale dell’Anbi, l’Associazione nazionale bonifiche e irrigazioni, Massimo Gargano, c’è bisogno di accelerare la costruzione di invasi per raccogliere l’acqua piovana e adattarsi ai nuovi andamenti climatici. Intanto, in Piemonte e in Lombardia gli enti locali stanno chiedendo a tutti i soggetti che gestiscono risorse idriche, come le aziende energetiche, di trattenere l’acqua e accumularla il più possibile in vista della possibile necessità estiva per le coltivazioni.

La situazione è migliore nel sud Italia: un po' perché è piovuto di più negli ultimi mesi; un po’ perché le regioni del meridione, dopo anni di siccità, hanno costruito parecchi invasi per raccogliere l’acqua piovana. Altro discorso è la manutenzione e l’efficienza della rete idrica italiana, nota per gli sprechi.

Le due immagini mettono a confronto il Po immortalato dal satellite Sentinel 2 dell'osservatorio europeo Copernicus a febbraio 2021 e febbraio 2023 (Adam Platform

Anche Francia e Spagna mostrano segni di sofferenza. In Francia, lo scorso mese non ha piovuto per 32 giorni di fila: è stato il febbraio più secco dal 1959. In Spagna invece la mancanza d’acqua mette a dura prova le aree paludose. Dal delta dell’Ebro, al mar Minore fino al parco del Doñana, bagnato dal Guadalquivir, le zone umide si stanno deteriorando velocemente per una carenza della portata dei fiumi, che si somma all’estrazione illegale di acqua sotterranea per l’agricoltura circostante e l’aumento del livello del mare. Un articolo di El Confidencial illustra l’importanza degli habitat paludosi e perché sono minacciati.

Pesce illegale nei nostri piatti. Come anticipato in altri Lapilli, un’inchiesta supportata da Journalismfund.eu, mi ha portato in Tunisia, insieme a Sara Manisera e Arianna Poletti di Fada Collective, a ripercorrere la filiera del pesce che arriva in Italia e in Europa. Il nostro paese, infatti, importa dall’estero il 70 per cento del pesce che consuma ed è per la Tunisia il principale acquirente di prodotti ittici destinati all’esportazione. L’inchiesta rivela come il pesce proveniente dallo strascico illegale effettuato nel golfo di Gabes entri con estrema facilità nei container degli esportatori, dove viene mescolato con catture regolari. Molti pescatori tunisini, un tempo dedicati alla pesca artigianale, si sono convertiti alla pesca a strascico illegale in una delle aree di riproduzione di specie marine più importanti del Mediterraneo, dove ormai si trova sempre meno pesce. Schiacciati da intermediari e grossisti, in molti sono passati da una pesca sostenibile a piccole imbarcazioni con motori potenti che rastrellano illegalmente i bassi fondali attorno alle isole Kerkennah, con il beneplacito delle autorità che, in un paese fragile come l’attuale Tunisia, sono spesso colluse, se non complici, della pesca illegale. I risultati dell’inchiesta sono leggibili in inglese sul magazine Geographical e presto in francese su Alternative Economique.

Isole Kerkennah, Tunisia. Ahmed, uno dei pescatori artigianali che non si piega alla pesca a strascico (Davide Mancini)

La memoria degli alberi. Gli esseri umani e gli animali usano vari stratagemmi e sanno mettere in campo risorse per adattarsi a situazioni climatiche estreme. Ma come fanno gli alberi a far fronte agli eventi estremi? Questa è la domanda alla base dell’indagine condotta dalla ricercatrice dell’Università di Oviedo, Lara García-Campa. Lo studio ha concluso che gli alberi possiedono un meccanismo per ricordare le situazioni ambientali sfavorevoli, rispondere ogni volta in maniera migliore alle situazioni di stress e trasmettere queste informazioni ai propri discendenti. Nonostante non siano dotati di un sistema nervoso, le piante sono in grado di attivare dei geni dormienti e modificare la forma in cui questi si traducono in proteine per adattarsi a una situazione climatica eccezionale, come la siccità o le ondate di calore. Una volta che la situazione è passata, le piante mantengono una piccola quantità di questi geni modificati così da poter rispondere più velocemente nel caso in cui un nuovo stress simile si ripresenti e passarli alle generazioni successive.

Il mastice di Chios. Le piantagioni di lentisco nell’isola di Chios, in Grecia, stanno crescendo negli ultimi anni grazie alla grande domanda di mastika, la resina gommosa della pianta dalla quale si ricavano diversi prodotti (oltre al verbo italiano masticare), come il liquore aromatico che porta lo stesso nome. La resina di pistacia lentiscus fu anche la ragione per cui i genovesi rimasero sull’isola greca 250 anni. Usata nella preparazione di cosmetici dal primo secolo avanti Cristo, la mastika è tornata a essere richiesta a livello internazionale, dall’Asia al Nord America, per essere utilizzata in prodotti farmaceutici, racconta il direttore del Mastiha Research Centre di Chios alla testata greca Ekathimerini. Il lentisco è una pianta tipica della macchia mediterranea che resiste bene alla siccità ed è resiliente agli incendi. La pistacia lentiscus viene spesso usata come portainnesto per la pianta del pistacchio, per esempio in Sicilia. Qualche anno fa un articolo del Manifesto ha ripercorso passato, presente e futuro di questa coltivazione millenaria.


Vitigni antichi. In Spagna i produttori di vino devono affrontare periodi di vendemmia sempre più corti, visto che le estati più calde fanno maturare prima gli acini. Così il lavoro di un viticoltore catalano, Miguel A Torres, che da decenni colleziona varietà di vitigni antichi non più in commercio, risulta essere molto utile per il paese con la maggior produzione di vini in Europa, ma anche uno dei più esposti a ondate di calore e siccità. La Spagna, nel 2022, ha infatti vissuto l’estate più calda da quando si hanno registrazioni di temperature, e la vite, secondo Torres, è il canarino nella miniera, ovvero la prima coltura ad avvertire il cambiamento irreversibile a cui l’agricoltura si deve adattare.

… e costruttivi. I lapilli (quelli veri) possono essere realmente costruttivi, come spiega ai microfoni di Radio3 Scienza la geologa Silvia Portale dell’Università di Catania. Le ceneri vulcaniche e i lapilli dell’Etna possono infatti essere convertiti in cemento ecologico. L'impatto ambientale del processo è basso, perché non richiede una lavorazione ad alte temperature e sfrutta materie prime già disponibili, spesso di scarto. In questo episodio, la trasmissione di Radio3 racconta come trarre beneficio dagli scarti magmatici che ci hanno tanto ispirato per questa newsletter che compie questo mese un primo giro attorno al sole.

DAVIDE MANCINI
Giornalista freelance, si interessa di ambiente e appena può se ne va al sud. Scrive, fotografa e filma i cambiamenti che avvengono nel Mediterraneo. Ha fondato una piattaforma di video giornalismo partecipativo. Un master in Mundus Journalism e Knight/VICE fellow alla City University of New York. Ha qualche problema di dromomania.

Questo è tutto per questo mese. Grazie per aver letto fino a qui. Ci vediamo ad aprile. Qui puoi farci sapere cosa pensi di Lapilli.

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