Spagna e Portogallo condividono storia, cultura, usi, tradizioni e fiumi. Condividono montagne e pascoli, pratiche agricole e anche la dieta mediterranea. Sebbene non abbiano una lingua comune, con un po’ di sforzo, il “portuñolo” può risultare ampiamente comprensibile a entrambe le parti.

Allora perché la cooperazione tra i due paesi per la protezione ambientale è così difficile da realizzare, se non addirittura “praticamente inesistente", come sostengono le associazioni ambientaliste locali?

Tra la primavera e l’estate del 2024, il giornalista Emerson Mendoza Ayala ha viaggiato lungo i tre maggiori fiumi condivisi dai due paesi iberici - il Douro (o Duero), il Tago e il Guadiana - per documentarne le sfide ambientali e capire quali siano le soluzioni allo studio per rafforzarne la protezione, come previsto dalla Convenzione di Albufeira.

Chiamata ufficialmente “Convenzione sulla cooperazione per la protezione e l’uso sostenibile delle acque dei bacini idrografici ispano-portoghesi”, la Convenzione di Albufeira è stata firmata da entrambi i paesi nel 1998. A distanza di 27 anni, però, i gruppi ambientalisti di entrambi i lati del confine sostengono che i meccanismi di protezione non stiano funzionando. Ciò che è stato firmato, affermano, spesso rimane solo sulla carta per stallo o inazione sul piano politico.

Eppure scienziati e associazioni continuano a indicare possibili soluzioni e nuove opportunità di cooperazione.

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I principali fiumi condivisi da Spagna e Portogallo: il Douro (in spagnolo Duero), il Tago e il Guadiana.

Il fiume più lungo della penisola iberica dà forma e vita alla Riserva della biosfera di Monfragüe e a quella internazionale che porta il suo nome. Collega inoltre le città patrimonio dell’umanità di Toledo e Lisbona e crea un corridoio naturale e culturale che va da poco distante Madrid all’Atlantico e viceversa.

“Le rive del Tago sono state il mio parco giochi”, ricorda Alejandro Cano Saavedra, presidente della Piattaforma di Toledo in difesa del Tago. Cano da bambino andava con il padre a fare il bagno nelle acque del fiume ad Aranjuez e da più grande a pescare con i fratelli a Toledo. All’epoca, “il pesce del Tago era assolutamente commestibile”, dice, citando un’ampia varietà di specie, compresi granchi e molluschi. “Sono scomparse tutte”, aggiunge poi con rammarico.

Cano ricorda il Tago come “un fiume dinamico”, con piene in primavera e inverno, acque basse in estate e spiagge lungo le rive (come mostrano alcune vecchie fotografie che conserva come reliquie).

L’inquinamento, racconta, iniziò negli anni 60 con la rapida espansione di Madrid. Le acque non trattate scaricate nei fiumi Jarama e Guadarrama finivano inevitabilmente nel Tago.

“Non c’erano impianti di depurazione o ce n’erano pochissimi”, dice.

Il controverso trasferimento idrico Tago-Segura - un’infrastruttura che collega i bacini dei fiumi Tago e Segura - iniziato nel 1979, aggravò ulteriormente la situazione, riducendo la quantità di acqua proveniente dalla parte alta del fiume e di conseguenza aumentando la concentrazione dell’inquinamento.

Cano tuttora denuncia la mancanza di un numero adeguato di impianti di trattamento e sistemi di depurazione lungo tutto il bacino del Tago. “Ci sono ancora molti villaggi che scaricano direttamente le loro acque reflue nei corsi d’acqua naturali”, afferma.

Ciononostante, resta ottimista. Crede che nell’arco di quattro o cinque anni sia possibile far tornare il Tago balneabile. “Dipende dalla volontà politica”, afferma.

Il Tago a Vila Velha de Ródão in Portogallo (Emerson Mendoza Ayala)

Trecento chilometri a nord-ovest, vicino al confine con il Portogallo, José Manuel Pilo, sindaco della pittoresca Fermoselle (nota per le sue “mille cantine sotterranee”), è decisamente meno ottimista. Nel 2001, l’articolo 13 del Piano di gestione delle risorse naturali per l’area naturale Arribes del Duero prevedeva l’adeguato trattamento degli scarichi urbani, industriali, agricoli e zootecnici, da attuare “il prima possibile”.

A distanza di più di vent’anni, Pilo si chiede se questo obiettivo verrà mai raggiunto. Il suo comune, circa 1.150 abitanti, non ha ancora un impianto di depurazione e i suoi reflui non trattati finiscono nelle acque internazionali del Duero, parte della Riserva della biosfera transfrontaliera dell’Altopiano iberico.

“Sul lato spagnolo, nessuno dei paesi all’interno del parco naturale dispone di sistemi di depurazione”, afferma Pilo. “È un problema che va risolto il prima possibile”.

Progetti come il nuovo impianto di depurazione di Fermoselle hanno subito grossi ritardi, facendo lievitare anche i costi, e lasciando il borgo un “punto focale di insalubrità per tutta l’area, così come per i villaggi portoghesi che usano quell’acqua”, afferma Pilo.

L’inquinamento diffuso aggrava ulteriormente la situazione. Fertilizzanti, pesticidi e inquinanti industriali si riversano in bacini e fiumi, provocando fioriture algali e contaminazione.

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