In questo numero di Lapilli parliamo delle temperature medie molto alte registrate lo scorso anno nel “mare bianco di mezzo” (come sulle sponde orientali e meridionali viene chiamato il Mediterraneo) e degli impatti che questi cambiamenti hanno sulle specie che lo abitano. Minaccia per alcune, che si spostano in acque più profonde, occasione per altre, anche non autoctone. Segnaliamo inoltre alcuni progetti e ricerche che offrono scenari e soluzioni per un livello del mare che si innalza e per affrontare al meglio gli eventi estremi che si presenteranno in futuro.

Ne approfittiamo per informarti che il numero pilota del nostro magazine è acquistabile online su Edicola 518 e Newsstand. Inoltre sbarcherà al Salone del libro di Torino e a Una marina di libri a Palermo insieme ad altri titoli disponibili presso lo stand della casa editrice Astarte. Cerchiamo invece finanziatori per il secondo numero, ogni consiglio o suggerimento è ben accetto!

Stato del clima mediterraneo. Come ogni anno, il Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine e l’Organizzazione mondiale della meteorologia hanno redatto il rapporto sullo Stato del clima europeo. Per quel che riguarda la regione mediterranea, i dati che più colpiscono sono quelli relativi alle ondate di calore marine, alle quali il rapporto dedica un intero capitolo sintetizzandone l’impatto sull’ecosistema marino.

Un’attenzione particolare è riservata alla Posidonia oceanica che, come già raccontato in altre edizioni di questa newsletter, svolge diverse funzioni ecosistemiche essenziali. Le praterie di questa pianta marina rallentano infatti l’erosione, stabilizzando i fondali, creano un habitat ideale per innumerevoli specie, assorbono CO2 e immagazzinano grandi quantità di carbonio nei sedimenti.

Purtroppo però ondate di calore marine, pesca a strascico e inquinamento possono danneggiare gravemente la P. oceanica. Secondo i dati illustrati nel rapporto, le ondate di calore sono ormai passate da essere fenomeni sporadici a eventi che si manifestano regolarmente ogni anno. Il 2025 è stato il secondo anno più caldo mai registrato per il mar Mediterraneo, con una temperatura media di 21,35 gradi centigradi, seconda solo ai 21,50 gradi del 2024. Le aree colpite dalle ondate di calore sono inoltre aumentate, così come la loro intensità.

Il rapporto avverte: se le emissioni di anidride carbonica dovessero continuare ai livelli attuali, questa pianta marina iconica del Mediterraneo si potrebbe estinguere entro la fine del secolo. 

Le ondate di calore marine registrate nel mar Mediterraneo nel corso del 2025 e i luoghi dove si trovano le praterie di Posidonia oceanica

La nota positiva riguarda le iniziative intraprese per il ripristino e la conservazione della Posidonia oceanica. Di una in particolare parleremo qualche riga più sotto.

Metaniera fantasma. Ne abbiamo già parlato lo scorso mese, ma l’imbarcazione Arctic Metagaz continua a vagare nel Mediterraneo centrale, di fronte alle coste della Libia, senza che nessuno stato se ne faccia carico. Con i suoi 277 metri di lunghezza e battente bandiera russa, la metaniera è stata probabilmente attaccata a inizio marzo da gruppi di combattimento ucraini stanziati in Libia. Le normative internazionali attribuiscono agli stati costieri - in questo caso Malta, Italia e Libia - il compito di scongiurare disastri ecologici, ma nessun paese si è attivato secondo i protocolli di salvaguardia del Mediterraneo. “Oltre alle 61mila tonnellate di Gnl (gas naturale liquefatto) del carico originario, nel relitto restano circa 900 tonnellate di olio combustibile denso (bunker), 100 tonnellate di gasolio e quantità imprecisate di solventi e pitture”, scrive Federica Rossi su Domani, una bomba a orologeria che avrebbe conseguenze ambientali gravissime nel caso affondasse. L’ultimo tentativo di recupero, al momento in cui scriviamo questa newsletter, risale al 22 aprile, secondo quanto riporta il New York Times. Le autorità libiche hanno tentato di trascinare la metaniera verso la costa di Bengasi, ma il cavo si è spezzato e l’imbarcazione è tornata alla deriva. È il secondo tentativo di recupero del relitto da quando è stato abbandonato.

Colline che franano. A inizio aprile il centro-sud Italia è stato duramente colpito dalle piogge provocate dalla tempesta Erminio, tanto che il governo italiano ha dichiarato lo stato di emergenza di un anno per Abruzzo, Molise, Puglia e Basilicata. Sulla costa adriatica, un piccolo comune ha visto riaprirsi una frana storica che interessa un’area di circa quattro chilometri quadrati, con visibili aperture nell’asfalto, compromettendo strade e ferrovie. Questo lento scivolamento della collina verso il mare è in corso da più di un secolo e riprende ogni volta che si presentano forti e incessanti piogge.

Un altro granchio. Non abbiamo fatto in tempo ad abituarci al granchio blu che una nuova specie di granchio fa capolino dal mar Rosso. Come il granchio blu, anche il Gonioinfradens giardi appartiene alla famiglia dei Portunidae. Il Gonioinfradens è stato trovato per la prima volta in Sicilia nell’area sud-est di Porto Palo e in seguito lungo la costa catanese. Secondo i ricercatori è ancora presto per capire che conseguenze possa avere sull’ecosistema, specialmente dopo l’enorme impatto ecologico e socio-economico del granchio blu. Per ora non resta che constatare l’arrivo di una nuova specie tropicale sulle coste mediterranee. Mentre il pesce scorpione continua la sua avanzata in acque italiane.

Migrazioni marine. Negli ultimi vent’anni circa la metà delle specie di pesce più commercializzate nel Mediterraneo si sono spostate, riporta The Conversation. I cambiamenti climatici nelle acque marine hanno visto come effetto la ‘migrazione’ di alcuni pesci e molluschi sia in termini di latitudini che in termini di profondità. A differenza del trend globale che vede molte creature marine andare verso nord o a maggiori profondità alla ricerca di acque più fredde, nel Mediterraneo occidentale diverse specie - come la razza stellata - si spostano verso sud-ovest. Questo fenomeno mostra come la risposta al cambiamento climatico sia molto complessa e non affatto scontata.

Ripristino passivo. Nelle coste di fronte a Marsiglia, vaste aree marine sono tornate a essere coperte da Posidonia oceanica. Un trend molto positivo, secondo chi ha seguito il progetto di passive restoration Gis Posidonie, che punta a lasciare che la natura si rigeneri senza interferenze umane. Il ricercatore e co-autore del progetto, Patrick Astruch, ribadisce come la posidonia sia il “più importante meccanismo ecosistemico“ del mar Mediterraneo. Tra scarichi non trattati, pesca a strascico e altri inquinanti derivanti da processi industriali, nei decenni precedenti il 2009, il Mediterraneo ha perso ogni anno in media il 7 per cento delle praterie sottomarine di posidonia. La situazione nella baia di Marsiglia era particolarmente grave. Ma secondo un recente studio citato da Mongabay, la posidonia ha registrato, dagli anni 80 al 2025, un'incredibile - benché lenta - ripresa, passando in alcune zone dall’6 all’81 per cento di copertura del fondale marino.

Che fare con Venezia? Uno studio recentemente pubblicato su Nature esamina gli scenari che attendono la città diventata emblema dei rischi legati all’innalzamento del livello dei mari. La più grande laguna del Mediterraneo, che copre 550 chilometri quadrati, oltre a ospitare una città monumentale, dà casa a un ecosistema complesso e a uno dei porti principali in Italia. In questi lidi, il livello del mare è destinato ad aumentare, entro il 2100, tra 42 e 81 centimetri nel migliore e peggiore degli scenari delineati dalla comunità scientifica internazionale a seconda delle politiche per il contenimento delle emissioni dei gas serra. Per la città storica di Venezia questo vorrà dire affrontare allagamenti quotidiani che copriranno tra il 15 e il 98 per cento della città.

Lo studio valuta dunque quattro possibili strategie rispetto ai diversi scenari di aumento del livello del mare, partendo dallo stato attuale di “laguna aperta”, già aiutata dal funzionamento del sistema Mose, che contiene gli allagamenti in determinate circostanze climatiche. Un secondo scenario vede la costruzione di un enorme anello protettivo attorno alla città all’interno della laguna, dove quindi il livello dell’acqua dei canali verrebbe contenuto, mentre all’esterno dell’anello i livelli del mare continuerebbero ad aumentare. Una terza opzione sarebbe invece la chiusura totale della laguna, che cambierebbe totalmente la natura ecologica del sistema idrico, trasformandolo a tutti gli effetti in un lago. Ultimo, invece, il triste scenario dell’abbandono della città di Venezia, che verrebbe poco alla volta avvolta dal mare, con il possibile spostamento di alcuni monumenti storici importanti sulla terraferma.

Canal Grande, Venezia

Non solo Venezia. Le valli di Comacchio, circa 60 chilometri a sud della laguna di Venezia, stanno sprofondando poco a poco, mentre il livello del mare sale. Oggi queste valli che su Google Maps sono già colorate d’azzurro come fossero un bacino idrico - e che lo furono in passato, prima delle bonifiche di queste zone - si trovano a soli 20 centimetri sopra il livello del mare. Su National Geographic Italia, Alex Giuzio racconta le difficoltà di questo ambiente salmastro.

Anche in Spagna cresce la preoccupazione lungo le coste, come riporta il Guardian. La costa del Sol, sullo stretto di Alboran, è potenzialmente a rischio tsunami, considerata la formazione geologica su cui è stata costruita una delle principali destinazioni turistiche del Mediterraneo. Mentre sul lato atlantico, Chipiona, un piccolo comune di Cadice, è stato il primo in Spagna a essere considerato a prova di tsunami nel 2024 dalla Commissione intergovernativa oceanografica dell’Unesco, per essersi preparato ad affrontare i possibili effetti disastrosi di onde devastanti.

Api, acqua e bombe. Nel sud del Libano i bombardamenti israeliani colpiscono anche i sistemi idrici e i pochi produttori di miele rimasti. Ne parla New Lines Magazine con due reportage dal Levante scosso dalla guerra, dove il fuoco non cessa nonostante le promesse. Gli apicoltori nel sud del Libano hanno perso sciami di api, arnie e macchinari a causa dei bombardamenti, arrivando vicini al collasso. Dopo anni impiegati a recuperare la popolazione di api decimata dai pesticidi usati in passato, quest’ulteriore perdita di insetti impollinatori potrebbe avere un effetto negativo sulla produzione agricola, aggravando ulteriormente la crisi che sta affrontando il paese.

Inoltre, l’intero sistema idrico nella città di Tiro, con i suoi 70mila abitanti, passa per una serie di stazioni idriche che ogni giorno vengono gestite manualmente da lavoratori che rischiano la vita per garantire acqua all’intera città. Attaccare i sistemi idrici civili non è una tecnica nuova per Israele. Un rapporto Oxfam del 2025 elenca 25 stazioni idriche e 28 tubature danneggiate o distrutte dagli attacchi israeliani, indicando una strategia ben precisa. 

Linci contro gatti. In un paese vicino a Toledo, in Spagna, una lince iberica ha scatenato l’indignazione della cittadinanza per avere ucciso molti gatti domestici che giravano liberi per le strade del piccolo comune. La lince, essendo una specie protetta, non può essere presa di mira, pena una multa salatissima. Gli studiosi spiegano che il comportamento della lince, in quanto super-predatore, è naturale: le specie carnivore attaccano altre specie della stessa famiglia non tanto per nutrirsi, ma piuttosto per eliminare la competizione e garantirsi le prede di cui si nutrono, come i conigli nel caso della lince. Ma l’inaspettata reazione sociale in difesa dei gatti porta anche una riflessione sulla presenza di un numero elevato di felini domestici lasciati spesso in libertà, anch’essi predatori e portatori di malattie per altre specie, oltre all’inevitabile dibattito sulla protezione di specie selvatiche e carnivore come la lince e la loro interazione con gli animali domestici.

Il gambero rosso di Mazara pescato in Libia. Un’inchiesta di IrpiMedia rivela come il pregiato gambero rosso, spesso ricondotto a Mazara del Vallo, in Sicilia, in realtà è probabile che venga pescato in acque libiche e poi trasferito su pescherecci italiani. Il trasbordo via mare è una pratica illegale in tutto il Mediterraneo, perché sfugge ai controlli che avvengono nei porti e consente, come in questo caso, di falsificare la provenienza.

Gamberi rossi venduti in Sicilia (Davide Mancini)
Tecnologia e pesca ‘fantasma’. Reti da pesca e gabbie abbandonate in mare continuano a intrappolare e uccidere pesci per decenni. Viene chiamato ghost fishing gear, ovvero attrezzatura da pesca fantasma, oggetti che continuano la loro funzione benché non più per il fabbisogno umano. In questo video di Euronews, un sistema di tag viene sperimentato in Portogallo per tracciare le reti e le gabbie perse dai pescatori, evitando che diventino un pericolo per gli altri, e per ridurre la cattura e la morte di moltissime specie che si imbattono in questa attrezzatura abbandonata sui fondali marini.

DAVIDE MANCINI
Giornalista freelance, si occupa di ambiente. Ha pubblicato diverse inchieste per media internazionali su argomenti come incendi forestali, pesca illegale e inquinamento del mare. Scrive, fotografa e filma i cambiamenti in atto nell’area del Mediterraneo. Qui trovi i suoi articoli.

Grazie per aver letto fino a qui. Questo è tutto per questo mese. Ci vediamo a giugno.

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