In questo numero di Lapilli ti raccontiamo del ciclone Harry, un ciclone di eccezionale intensità che ha provocato danni e distruzione in gran parte del Mediterraneo centrale, generando onde record - tra cui la più alta mai registrata nel Mediterraneo - e riversando grandi quantità di pioggia. Ci spostiamo poi a Cortina, dove oggi iniziano le Olimpiadi invernali, ma in un contesto climatico assai diverso da quello del 1956, quando la località ospitò per la prima volta i Giochi olimpici.
Dalle Alpi andiamo nel Levante, a Cipro, dove alcuni ricercatori hanno individuato un’area lungo la costa dell’isola con temperature marine estive più miti rispetto al resto del Mediterraneo orientale, grazie a un fenomeno di rimescolamento della colonna d’acqua chiamato upwelling. Infine, ti mostriamo come centinaia di voragini o doline si stanno aprendo in Turchia per via della siccità. Mentre, per chi va in barca, segnaliamo un articolo che spiega bene dove non gettare l’ancora quando si visitano le splendide spiagge del Mediterraneo. E come sempre molto altro, buona lettura!

La furia di Harry. Tra domenica 18 e la mattina di mercoledì 21 gennaio, il ciclone Harry si è abbattuto sul Mediterraneo centrale. Il ciclone ha portato piogge intense su Calabria, Sicilia, Sardegna, Malta e parti della Tunisia, dove almeno quattro persone sono morte. Oltre alle piogge record (in alcune zone della Calabria è caduta più della metà della pioggia che normalmente si registra in un intero anno), i venti fortissimi hanno generato onde molto alte, che si sono abbattute sulle coste di Sicilia e Calabria, su Malta e su quelle della Sardegna, provocando sul fronte italiano danni per circa due miliardi di euro. Al culmine della tempesta, una boa dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale ha rilevato a sud della Sicilia, tra Portopalo e Malta, l’onda più alta mai documentata nel Mediterraneo: oltre 16 metri, più o meno l’altezza di un palazzo di cinque piani.
“Da meteorologo ho seguito il prima e il dopo della tempesta che ha colpito Sicilia, Sardegna e Calabria”, ha scritto sui social Giulio Betti, meteorologo e climatologo dell'Istituto per la bioeconomia del Consiglio nazionale delle ricerche e del Consorzio Lamma della Regione Toscana. “In 25 anni di operatività non avevo mai visto né previsto una cosa simile (e vi assicuro che lavorando nel sistema di allertamento, di eventi estremi ne ho gestiti a decine)”.
Per molti esperti, le ragioni di un fenomeno così intenso sono da ricercare nel trend più generale del riscaldamento globale, e in particolare nell’innalzamento della temperatura media del mare, che a sua volta alimenta la forza dei cicloni.
“Il Mediterraneo presenta ancora oggi temperature superficiali dell’acqua ben al di sopra delle medie, e non parliamo solo dei primi centimetri: decine di metri di colonna d’acqua sono ormai più caldi del normale”, ha detto Betti a ridosso dell’evento a Wired Italia.

“A parità di configurazione meteorologica, oggi cicloni come Harry sono fino al 15 per cento più intensi rispetto al passato. Questa intensità non si spiega con la sola variabilità naturale”, ha scritto su LinkedIn Davide Faranda, ricercatore del Centro nazionale della ricerca francese e fondatore del sito di attribuzione ClimaMeter, che a pochi giorni dal ciclone ha pubblicato una prima analisi di quanto successo. “È un evento raro, e questo limita la forza statistica delle conclusioni”, ha aggiunto. “Ma il segnale è coerente con ciò che sappiamo: il cambiamento climatico sta rendendo i cicloni mediterranei più violenti, con rischi crescenti di impatti combinati tra vento, pioggia e mare”.
Particolarmente colpite dal ciclone Harry sono state le piccole isole, come Stromboli e Linosa, che hanno visto il mare inghiottire le imbarcazioni e sferzare grossi danni a infrastrutture essenziali come moli e strade. A Niscemi, in provincia di Caltanissetta, le intense piogge hanno invece attivato una vasta frana che ha costretto circa 1.600 persone a lasciare le proprie case e riaperto annose polemiche sulla gestione idrogeologica del comune e non solo.

Oltre a distruggere litorali, strade, ferrovie e stabilimenti, il moto ondoso ha eroso spiagge e in almeno un caso fatto riemergere reperti archeologici. In Sardegna, dopo il passaggio del ciclone sono riaffiorate tombe fenicie e vasi d’epoca.
Nonostante la forza dell’evento, almeno in Italia, non si sono registrati morti e molti esperti hanno attribuito questa nota positiva a un efficiente sistema di allerta che ha permesso a chi abita sulla costa di mettersi al riparo. Meno fortunati sono stati i migranti a bordo delle imbarcazioni che dal Nordafrica tentavano di attraversare il canale di Sicilia. Secondo un articolo del Guardian, fino a 380 persone avrebbero perso la vita in mare nei giorni del ciclone, stima che potrebbe arrivare a mille secondo le testimonianze raccolte dall'organizzazione non governativa Mediterranea.
Negli stessi giorni di Harry, due persone sono poi morte in un’alluvione lampo ad Atene, quando fino a 170 millimetri di pioggia si sono riversati in un solo giorno sulla capitale greca. “Circa il 40 per cento della pioggia che cade in un anno ad Atene”, ha detto un meteorologo all’Agence France Presse. A inizio gennaio invece un'altra alluvione aveva provocato un morto e l’esondazione del fiume Vlora in Albania.
Precipitazioni e allagamenti continuano inoltre anche in Marocco, dove a metà mese le autorità hanno dichiarato la fine di una grave siccità durata sette anni.
Olimpiadi invernali più calde. Iniziano oggi le olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. L’evento si celebra a 70 anni di distanza da quando Cortina ospitò per la prima volta i Giochi nel 1956, con la differenza che allora le temperature medie erano molto più basse.
Dal 1956 a oggi, infatti, secondo una recente analisi dell’organizzazione statunitense Climate Central, nel mese di febbraio le temperature medie sono aumentate di 3,6 gradi centigradi a Cortina, passando da una media di −7,1 gradi nel periodo 1956-1965 a una di −2,7 nel 2016-2025. Nello stesso periodo, Milano, che ospiterà le discipline su ghiaccio indoor, si è riscaldata di 3,2 gradi.
Se paragonata alla Cortina degli anni 50, la cittadina veneta registra oggi 41 giorni di gelo in meno all’anno, una riduzione del 19 per cento. Questo influisce sull’affidabilità di neve e ghiaccio anche ad alta quota. La profondità media della neve a febbraio è per esempio diminuita di circa 15 centimetri dagli anni 70. Anche per questo, i Giochi del 2026 si affideranno in gran parte alla neve artificiale, con oltre 3 milioni di metri cubi necessari per garantire condizioni di gara adeguate.
L’esperienza italiana non è un caso isolato. Sempre secondo Climate Central, tutte le città che hanno ospitato le olimpiadi invernali dal 1950 a oggi si sono surriscaldate. Questa tendenza mette a rischio la sicurezza, la correttezza e la fattibilità delle competizioni invernali all’aperto.
Uno studio recente ha inoltre rilevato che, sebbene 87 dei 93 potenziali siti ospitanti siano attualmente considerati climaticamente affidabili per le olimpiadi invernali, in uno scenario di riscaldamento globale intermedio, questo numero potrebbe scendere a 52 entro gli anni 50 del duemila.
Tre anni vicini alla soglia stabilita a Parigi. Secondo il rapporto Global Climate Highlights 2025 di Copernicus, il 2025 è stato il terzo anno più caldo mai registrato a livello globale, dopo il 2023 e il 2024. Le temperature medie globali di questi tre anni consecutivi hanno in un caso superato e negli altri due sono andate molto vicine ai 1,5 gradi in più rispetto ai livelli preindustriali (1850–1900), la soglia stabilita come obiettivo limite a Parigi nel 2015.
Nel 2025 la regione mediterranea si è poi confermata un chiaro hotspot del cambiamento climatico. L’Europa meridionale e il bacino del Mediterraneo hanno registrato alcune delle condizioni più calde mai osservate, con molteplici ondate di calore tra la primavera e l’inizio dell’autunno che hanno colpito paesi come Italia, Spagna, Francia e Turchia, spesso in concomitanza con periodi di siccità. In aggiunta in Grecia si sono registrati eventi meteorologici estremi come precipitazioni intense e alluvioni record legate a tempeste.
Parallelamente, le temperature superficiali del mare in alcune parti del Mediterraneo occidentale hanno raggiunto valori record, contribuendo a ondate di calore marine che hanno amplificato gli impatti del caldo atmosferico lungo le aree costiere.
Gravi incendi boschivi hanno inoltre colpito il Mediterraneo orientale, contribuendo a rilasciare la maggiore quantità di emissioni da incendi registrata in Europa negli ultimi 20 anni.
Megattere in Grecia? A inizio e poi di nuovo verso la fine di gennaio due avvistamenti di megattere hanno fatto discutere in Grecia. Il primo è avvenuto nelle acque intorno all’isola di Kalymnos, nel mar Egeo sud-orientale, dove una balenottera, identificata con buona probabilità come megattera, è stata osservata mentre nuotava vicino alla costa, nonostante le condizioni di mare mosso. Il video è stato diffuso sui social da residenti locali e ripreso dai media.
Un secondo avvistamento è avvenuto poi verso la fine di gennaio nel golfo antistante Volos, nella Grecia centrale. Anche in questo caso l’animale è stato identificato come una possibile megattera, un evento raro per un golfo chiuso e poco profondo. L’esemplare è stato filmato da un’imbarcazione e l’episodio ha attirato l’attenzione delle autorità portuali e dei media nazionali, anche perché una balena non veniva osservata in questa zona dal 1939 (Tovima.com).
Al momento non è possibile stabilire se si tratti dello stesso individuo. Le megattere non sono specie residenti nel Mediterraneo e i loro avvistamenti sono molto rari, ma occasionalmente singoli esemplari possono entrare attraverso lo stretto di Gibilterra.


Gli yacht e la Posidonia. L’estate è ancora lontana, ma non è mai troppo presto per parlare di come godersi il mare senza deturpare l’ambiente. In questo senso, segnaliamo un’inchiesta sui danni provocati dalle ancore dei superyacht alle praterie di Posidonia oceanica.
Della Posidonia abbiamo già parlato varie volte: questa pianta marina, essenziale per l’ecosistema del Mediterraneo, ossigena l’acqua, protegge le coste dall’erosione, cattura anidride carbonica e ospita numerose specie marine come polpi, stelle di mare, ricci e cavallucci marini.
La Posidonia, che si trova fino a 45 metri di profondità, ha bisogno di luce per vivere e dunque cresce vicino alla costa. Anche per questo è più a rischio per via del riscaldamento del mare e di attività come la pesca a strascico e l’ancoraggio delle imbarcazioni da diporto.
L’inchiesta si concentra in particolare sulle acque delle Baleari, della Corsica e della Sardegna, dove si trovano vasti campi di Posidonia, e mette a fuoco cosa succede ogni estate quando migliaia di barche gettano l’ancora su queste distese e ne strappano via grosse quantità quando la ritirano. I danni più gravi li fanno i superyacht, sopra i 24 metri.
Per capire l’enormità del problema basti pensare che al mondo ci sono circa 6mila superyacht, di cui 3mila passano la maggior parte del tempo nel Mediterraneo. In una sola notte, un singolo yacht può distruggere un’area grande quanto un campo da calcio.
Per ricrescere, invece, la Posidonia ha un ritmo lentissimo: circa un centimetro quadrato l’anno. Molto si sta facendo sia per proteggerla, tra interventi di piantumazione, multe ai superyacht, monitoraggio costante e mappatura completa di tutta la Posidonia esistente, sia per identificare le zone più a rischio e quelle cui riservare una protezione più stringente. Ma moltissimo resta ancora da fare (The Ecologist).


A Cipro un rifugio climatico naturale. Un nuovo studio internazionale coordinato dalla Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli e pubblicato su Biodiversity and Conservation ha identificato nel Mediterraneo orientale un raro rifugio climatico naturale. Il riscaldamento del Mediterraneo sta mettendo a dura prova la biodiversità e favorisce l’espansione di specie aliene abituate a climi ben più caldi. I ricercatori hanno individuato un’area marina lunga circa 150 chilometri lungo la costa sud-occidentale di Cipro dove queste dinamiche sono attenuate dall’upwelling, ovvero la risalita in superficie di acque profonde e più fredde. Grazie a questo rimescolamento, in questa zona le temperature marine estive rimangono inferiori di 2–3 gradi centigradi rispetto al resto del bacino orientale del Mediterraneo. Indagini sul campo hanno poi mostrato una ricchezza di specie autoctone nettamente superiore rispetto alle aree circostanti. Quest’area rappresenta l’unico rifugio noto nel Levante e una risorsa cruciale per la conservazione della biodiversità mediterranea. “Proteggere questi ambienti significa guadagnare tempo prezioso per la conservazione delle specie e per l’adattamento degli ecosistemi ai cambiamenti in corso”, spiegano i ricercatori (Green&Blue).


L'immagine di copertina è un'elaborazione grafica di Davide Mancini di uno scatto acquisito il 20 gennaio 2026 alle 05:04 UTC dal satellite dell'Unione europea Copernicus Sentinel-1 che mostra le condizioni della superficie del mare modulate dal vento nel mar Tirreno meridionale durante il passaggio della tempesta Harry.

GUGLIELMO MATTIOLI
Producer multimediale, ha contribuito a progetti innovativi usando realtà virtuale, fotogrammetria e live video per il New York Times. In una vita passata faceva l’architetto e molte delle storie che produce oggi riguardano l’ambiente costruito. Ha collaborato con testate come The New York Times, The Guardian e National Geographic. Nato e cresciuto a Genova, vive e lavora a New York da oltre dieci anni.Grazie per aver letto fino a qui. Ci vediamo tra due settimane con un numero speciale dedicato ai nostri fellow 2025-2026.
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