Mentre ci prepariamo per l’evento dedicato ai magazine indipendenti di questo fine settimana a Milano, eccoci con nuovi Lapilli. In questo numero parliamo delle conseguenze dell’estate da poco trascorsa sull’agricoltura e sulla filiera agroalimentare. Raccontiamo poi di alcuni lavori dei nostri fellow da poco pubblicati: dal pericolo rappresentato dal traffico marittimo per le balene nel Mediterraneo - e cosa si può fare per scongiurarlo - alla transumanza, non solo come pratica agro-pastorale, ma anche come strumento di prevenzione antincendio. Facciamo poi tappa in Sicilia, a Piana degli Albanesi, dove un numero crescente di arbëreshë se ne sta andando messo alle strette da siccità e incendi che rendono sempre più difficile continuare le attività tradizionali legate all’agricoltura che questa minoranza etno-linguistica porta avanti in queste zone da circa cinque secoli. Diamo inoltre conto di alcuni eventi passati e futuri che ci vedono coinvolti. Tra l'altro, se sei a Milano nei prossimi giorni, ti aspettiamo a Mag to Mag, dove troverai le ultime copie rimaste del primo numero cartaceo di Magma Magazine.

Agricoltura in affanno. Per l’Europa occidentale quella appena trascorsa è stata l’estate più calda mai registrata da quando si hanno dati, superando addirittura la famigerata estate del 2003. Lo ha reso noto a inizio settembre Copernicus, il Servizio di osservazione della Terra dell’Unione europea, in un comunicato che decretava agosto 2026 come il mese più caldo a livello globale da quando si hanno rilevazioni. Secondo il Consiglio nazionale delle ricerche, per il nostro paese l’estate 2026 è stata la più calda dal 1950, anno in cui sono iniziate le misurazioni; per la Spagna - che ha registrato 61 giorni di ondate di calore - dal 1961, da quando si hanno dati disponibili. Anche in Francia l’estate da poco trascorsa ha superato ogni record dal 1900 a oggi; stessa cosa in Svizzera dove i dati vengono raccolti dal 1864. 

Tra i settori più colpiti un po’ dappertutto c’è quello primario. Sugli scaffali di molti supermercati italiani sono apparsi avvisi legati alla poca disponibilità di prodotti come insalate, melanzane, pomodori, peperoni e carote per via delle perdite subite per il gran caldo. Colpita duramente pure la produzione di cereali, come il mais usato anche per l’alimentazione del bestiame. Secondo un’analisi di Carbon Brief, la produzione cerealicola francese potrebbe subire un calo di quasi otto megatonnellate rispetto al 2025. 

Sulle Alpi, il caldo e la siccità si sono fatti sentire sulla produzione di foraggio. Le alte temperature e la scarsità di precipitazioni hanno infatti ridotto la disponibilità di erba e, in alcune zone, anche quella di acqua per il bestiame. Normalmente le mandrie rimangono in alpeggio fino a settembre e, in alcune località, anche più a lungo. Quest’anno, però, la siccità ha costretto diversi allevatori ad anticipare il rientro degli animali nelle stalle (la cosiddetta ‘demonticazione’) di almeno 10-15 giorni: in alcune aree alpine l’erba si è seccata e le risorse idriche sono diventate insufficienti. La siccità ha inoltre ridotto la produzione locale di fieno, costringendo alcune aziende ad acquistare foraggio altrove. In Svizzera, per esempio, alcuni agricoltori hanno dovuto approvvigionarsi di fieno proveniente dalla Spagna.

In Italia e in Francia, le conseguenze del caldo si sono fatte sentire anche nel comparto vitivinicolo. Oltralpe, il ministero dell’agricoltura francese ha stimato un calo nella produzione del 17 per cento rispetto alla media del periodo 2021-2025, uno dei dati più bassi degli ultimi 30 anni. In entrambi i paesi, le temperature elevate e la scarsità d’acqua hanno spinto molti viticoltori ad anticipare la vendemmia, in alcuni casi già a luglio, nel tentativo di salvaguardare la produzione. Tuttavia, c'è chi si chiede se questa misura sia sufficiente per adattare la viticoltura alla nuova realtà climatica o se sia necessario ripensare il modo in cui vengono piantate e gestite le viti.

Microalghe bloccano gli impianti di desalinizzazione israeliani. Complici le alte temperature del mar Mediterraneo, un’imponente fioritura di microalghe lungo la costa che va dal delta del Nilo fino a Hadera, vicino a Haifa, ha intasato i filtri di cinque dei sei impianti di desalinizzazione israeliani costringendoli a fermarsi per giorni. Gli impianti sono stati in parte riattivati, ma l’accaduto ha destato preoccupazione in un paese che fa affidamento sulla desalinizzazione per portare l’acqua nelle case e nei centri urbani. Ad aver scatenato la fioritura di microalghe potrebbe aver contribuito la distruzione da parte dei bombardamenti israeliani degli impianti di depurazione a Gaza, e quindi il rilascio di importanti quantità di acque reflue non trattate direttamente in mare. Le microalghe infatti tendono a crescere a dismisura quando azoto o fosforo raggiungono in eccesso i corpi idrici. Secondo quanto detto al Guardian da Omar Shatat, vicedirettore esecutivo dell’Ente idrico dei comuni costieri di Gaza, tutti e cinque gli impianti di trattamento delle acque reflue sono fuori servizio a Gaza, con la conseguenza che ogni giorno circa 45mila metri cubi di acque reflue non trattate finiscono nel Mediterraneo. “Si tratta di una situazione catastrofica dal punto di vista ambientale e della salute pubblica”, ha dichiarato Shatat. “Il mare è gravemente inquinato e i primi a subirne le conseguenze sono gli abitanti di Gaza e gli sfollati”.

Estendere il divieto sulla pesca a strascico in acque profonde. In vista dell’incontro annuale della Commissione generale per la pesca del Mediterraneo (Cgpm) previsto per fine ottobre, le organizzazioni non governative, Oceana e MedReAct, tornano a chiedere all’organismo della Fao che gestisce la pesca nel Mediterraneo e nel mar Nero di estendere l’attuale divieto di pesca a strascico in acque profonde - attualmente previsto oltre i mille metri - a profondità superiori a 800 metri. Secondo Oceana, questa misura avrebbe un impatto socioeconomico minimo sui pescatori, ma comporterebbe notevoli benefici dal punto di vista ecologico e climatico. Sull'impatto della pesca a strascico sugli ecosistemi vulnerabili delle profondità marine, Oceana e MedReAct hanno recentemente pubblicato un rapporto redatto dalle ricercatrici dell’Università Politecnica delle Marche, Emanuela Fanelli e Zaira Da Ros, che evidenzia come questa pratica causi danni permanenti ad alcuni habitat e porti specie già compromesse, come il corallo bambù (Isidella elongata), sull’orlo del collasso. L’incontro della Cgpm è in programma dal 26 al 30 ottobre e tra i vari temi al centro della discussione ha proprio gli impatti della pesca a strascico. Quest’anno per la seconda volta consecutiva, il comitato scientifico consultivo della Cgpm ha raccomandato di rivedere il limite della pesca in acque profonde, portandolo dagli attuali mille a 800 metri di profondità, ma la proposta non è stata finora adottata. Nel frattempo, Francia, Egitto, Montenegro e Italia (ma solo nel mar Tirreno) hanno esteso autonomamente divieti di pesca a strascico a profondità superiori agli 800 metri.

Il pericolo delle navi per le balene nel Mediterraneo. Tre fellow di Magma, Clea Skopeliti, Federica Rossi e Wouter Massink, hanno da poco pubblicato su Mongabay un articolo che racconta come le collisioni tra le grandi navi e le balene nel Mediterraneo siano spesso letali per queste ultime. Il Mediterraneo rappresenta solo l’un per cento degli oceani, ma concentra il 15 per cento del traffico marittimo globale in un mare relativamente piccolo e ricco di grandi cetacei, come balenottere comuni e capodogli. Entrambe le specie sono considerate a rischio di estinzione e le collisioni con le navi rappresentano una delle principali cause di morte di origine antropica.

I tre fellow hanno ricostruito le rotte delle navi lungo i principali corridoi migratori di questi animali nel Mediterraneo, mettendo in evidenza come spesso si sovrappongano. Anche la velocità delle imbarcazioni determina la probabilità che una collisione sia letale: al di sopra dei 15 nodi, secondo gli esperti, lo è quasi sempre. Ricercatori, biologi marini e organizzazioni non profit stanno spingendo per introdurre limiti alla velocità delle navi e soluzioni tecnologiche in grado di segnalare la presenza delle balene, con l’obiettivo di ridurre il numero di collisioni (Mongabay).

La transumanza in chiave anti-incendio. Altri tre Magma fellow, Tristan Bove, Emerson Mendoza Ayala e Neal Haddaway, ci portano invece in Italia e in Spagna alla scoperta della transumanza, una pratica millenaria che può avere effetti positivi sugli ecosistemi e contribuire a ridurre il rischio e la propagazione degli incendi. Con le ondate di calore sempre più intense e frequenti degli ultimi anni per via dei cambiamenti climatici indotti dall'uomo, in molte regioni gli incendi boschivi stanno diventando più difficili da contenere. Tra i fattori che aumentano il rischio, oltre all’innalzamento delle temperature e ai periodi prolungati di siccità, c’è anche l’abbandono delle aree rurali e interne, che può favorire l’accumulo di vegetazione e biomassa infiammabile.

La transumanza, ovvero lo spostamento stagionale delle greggi e delle mandrie tra diverse aree di pascolo, può offrire importanti benefici ambientali. Il pascolo degli animali contribuisce infatti a ridurre erba, arbusti e altra vegetazione che, soprattutto durante i periodi più secchi, può trasformarsi in combustibile per gli incendi. Eppure, sia in Italia che in Spagna, la transumanza è una pratica sempre meno diffusa. Senza politiche di sostegno adeguate e incentivi economici per chi continua a praticarla, questo patrimonio culturale e ambientale rischia di ridursi ulteriormente, insieme ai servizi ecosistemici che contribuisce a mantenere (Bulletin of the Atomic Scientists).

Pecore pascolano nel sud della Spagna (Emerson Mendoza Ayala).

L’addio della comunità arbëreshë a Piana degli Albanesi. Nel suo articolo pubblicato su Grist, la giornalista e Magma fellow Stefania D'Ignoti racconta come il cambiamento climatico stia mettendo a rischio il futuro di Piana degli Albanesi, una comunità fondata circa 500 anni fa da profughi albanesi in Sicilia. Situata su un altopiano vicino a Palermo, Piana è il cuore di una comunità arbëreshë, come viene chiamata la minoranza etnico-linguistica albanese in Italia, che per generazioni ha vissuto di agricoltura e allevamento. Oggi, però, siccità prolungate, ondate di calore estreme e incendi sempre più frequenti stanno rendendo sempre più difficile vivere e lavorare in questa zona. Dal 2015, Piana ha perso quasi il 17 per cento della sua popolazione, un declino circa tre volte superiore alla media siciliana. Molti giovani se ne vanno e chi rimane si chiede quanto a lungo sia ancora possibile vivere di agricoltura in un clima che cambia. La crisi non riguarda soltanto l’economia locale. Con lo spopolamento, anche la lingua, le tradizioni e l’identità arbëreshë rischiano di scomparire. Alcuni residenti stanno cercando di adattarsi alle nuove condizioni climatiche, mentre il comune punta sul turismo e sui legami con le comunità emigrate all’estero, in particolare in California. Restano però alcuni interrogativi: può una comunità sopravvivere quando il cambiamento climatico ne trasforma così profondamente il territorio, il modo di vivere e la cultura, e quando sempre più persone sono costrette a lasciarla? (Grist; Balkan Insight)

Gli incendi in Sicilia ai tempi della crisi climatica. E proprio con Stefania D’Ignoti, giornalista freelance e Magma fellow 2025/2026, il 22 ottobre a Palermo, parleremo di incendi, insieme ad alcune realtà nate in Sicilia per prevenire e contenere i roghi. Lo scorso anno, in Sicilia sono bruciati 49mila ettari, oltre la metà dei 94mila andati a fuoco sul territorio nazionale. Come in buona parte d'Italia e di altri paesi mediterranei, questi incendi hanno spesso origine dolosa o colposa, ma le temperature elevate, il vento caldo e la siccità contribuiscono a renderli sempre più minacciosi. Ne parleremo giovedì 22 ottobre - alle 18 - nel cortile della bibliofficina di quartiere Booq. Oltre a Stefania, parteciperanno all’iniziativa:

- Pierluigi Bizzini, giornalista del FADA Collective, ha scritto per IrpiMedia delle vulnerabilità dei boschi e delle problematiche relative alla gestione post-incendio in Sicilia, in particolar modo dei ritardi legati a fondi e burocrazia;
- Donato Salvatore La Mela Veca, professore di Selvicoltura e pianificazione forestale e antincendio presso il dipartimento di Scienze agrarie, alimentari e forestali dell’Università di Palermo, si è occupato della vulnerabilità delle aree boschive siciliane alla desertificazione e della resilienza delle foreste al cambiamento climatico;
- Fenice Verde, associazione nata a Palermo nel 2023 per difendere il territorio dagli interessi economici dietro i tanti roghi dolosi che ogni estate colpiscono vaste aree della Sicilia. Gestisce il portale Osservatorio Incendi che ha recentemente lanciato l’iniziativa di prevenzione “Segnala un terreno incolto”;
- e il Collettivo Rewild Sicily.

Mutazioni sullo Stretto.
Durante i giorni inaugurali della Biennale dello Stretto, mostra internazionale dedicata all’architettura, al paesaggio e alle trasformazioni delle città e dei territori, quest’anno incentrata sul tema delle “Mutazioni”, il nostro Guglielmo Mattioli ha presentato Magma Magazine e raccontato alcune delle storie che abbiamo pubblicato su come il cambiamento climatico sta trasformando il Mediterraneo e la vita delle persone che lo abitano.

Guglielmo Mattioli presenta Magma Magazine alla Biennale dello Stretto, Reggio Calabria (Francesca Salvarani).

Viaggi magmatici. Lo diciamo con un po’ di ritardo, ma speriamo che sia solo l’inizio di una lunga collaborazione. A fine mese un primo gruppo testerà un itinerario che abbiamo messo a punto con Marea Media e l’agenzia di viaggi responsabili Viaggi e Miraggi sulla base di alcuni lavori giornalistici selezionati. Nel corso di tre giorni i partecipanti avranno modo di conoscere Taranto direttamente da chi vive le sue tante sfaccettature: dall’ex Ilva al legame della città con i delfini, dalla mitilicoltura alla bonifica del mar Piccolo. Ci sono ancora due posti disponibili e c'è tempo fino al 9 ottobre per iscriversi. Se l’esperimento avrà successo, speriamo poi che ci saranno anche altre occasioni.

Un Mediterraneo più caldo e più salato. Un recente studio pubblicato su Geophysical Research Letters mette in evidenza l'accelerazione di due fenomeni che influiscono sulla circolazione delle acque del Mediterraneo e potrebbero offrire indicazioni su possibili scenari futuri anche per gli altri oceani del mondo. I ricercatori Elena Terzić e Ivica Vilibić hanno analizzato i dati sulla temperatura e sulla salinità raccolti in tutto il Mediterraneo tra il 1950 e il 2025, rilevando non soltanto l’aumento di questi due valori, ma soprattutto la velocità sempre maggiore con cui il Mediterraneo sta diventando più caldo e più salato. 

Temperatura e salinità agiscono in direzioni opposte sulla densità dell’acqua. Mentre l'acqua salata più densa va a fondo, quella calda tende a stare in superficie. Queste differenze determinano la circolazione in profondità e quindi anche le temperature e l’ossigenazione degli strati profondi. Mentre in alcune zone del bacino le due tendenze si compensano, in altre i ricercatori si interrogano su quale tra le due finirà per prevalere, andando a modificare la formazione delle acque dense e, di conseguenza, la temperatura, la circolazione e l’ossigenazione degli strati più profondi del Mediterraneo (Phys.org; Focus).

Le mani del petrolio saudita sull’Ipcc. Una recente inchiesta uscita sul Guardian e su altri media, tra cui in Italia Lucy sui mondi, ha messo in luce come almeno una dozzina di autori del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (dall’inglese, Ipcc) delle Nazioni unite siano legati a istituzioni saudite e a gruppi di interesse nel settore del petrolio e del gas, come la Saudi Aramco, tra le più grandi compagnie petrolifere al mondo. L’organismo internazionale fondato nel 1988 dall’Organizzazione meteorologica mondiale e dal programma delle Nazioni unite per l'ambiente vede la partecipazione volontaria di scienziati di tutto il mondo per valutare le ultime conoscenze sui cambiamenti climatici e redigere rapporti che contestualizzano e danno un peso a quanto emerso nei singoli studi. Dal 1990 a oggi ha redatto sei rapporti di valutazione e ha da poco iniziato i lavori per il settimo. Alla stesura dei rapporti lavorano tre gruppi di lavoro: uno che si occupa della fisica del clima, uno degli impatti e dell'adattamento, e un terzo dedicato a cosa si può fare per mitigare i cambiamenti climatici. Ed è proprio sul terzo gruppo che i giornalisti che hanno lavorato all’inchiesta supportata da Journalismfund Europe hanno concentrato la propria attenzione e dove hanno trovato potenziali conflitti di interessi, a partire dalla vicepresidente del gruppo Malak Al-Nory, nonché consigliera del ministero saudita dell’energia. I vicepresidenti infatti si occupano di esaminare le dichiarazioni sui conflitti di interesse degli autori e possono attenzionare eventuali casi al Comitato sui conflitti di interesse dell’Ipcc.

Da tempo l’Arabia Saudita si oppone alla riduzione dei combustibili fossili nelle sedi internazionali. La presenza crescente di autori Ipcc legati al paese saudita potrebbe influenzare la promozione di soluzioni tecnologiche a scapito di un impegno a ridurre le emissioni e quindi la dipendenza dalle fonti fossili. Pur non essendo una notizia prettamente mediterranea, conflitti di interesse di questo tipo possono avere grossi impatti sulle misure prese a livello internazionale per arginare la crisi climatica e quindi in qualche modo riguardano anche la nostra regione.

L’isola greca che non seppellisce i rifiuti. Un video di Euronews racconta nel dettaglio come una piccola isola greca sia riuscita a cambiare il modo in cui gestisce i rifiuti e a fare a meno della discarica. Tra le altre cose, ha puntato su: eliminare i cassonetti per strada, raccogliere i rifiuti porta a porta, separarli anche grazie a QR code che supportano una corretta classificazione e… insegnare ai bambini come fare bene la differenziata. Perché saranno proprio loro poi a convincere i genitori a farla sempre meglio.

MAGMA
Magma è un progetto giornalistico nato per raccontare il Mediterraneo e come la crisi climatica lo sta trasformando. Scopri chi siamo e leggi il nostro manifesto.

Grazie per aver letto fino a qui. Questo è tutto per questo mese. Ci vediamo a novembre.

Se questa newsletter ti è stata inoltrata, per continuare a riceverla puoi iscriverti qui. Lapilli è distribuita gratuitamente, ma puoi sostenere la sua realizzazione destinando il tuo 5x1000 a Magma Aps (C.F. 96511280586) o con una piccola donazione (con bonifico intestato ad Associazione Magma Aps, Iban: IT34B0623002812000030639558), grazie!

Lapilli è la newsletter che raccoglie ogni mese notizie e approfondimenti su ambiente e Mediterraneo apparsi sui media e selezionati da Magma.
Share this post