Alle porte dell’estate facciamo i conti con un'ondata di calore che ha infranto numerosi record mensili di temperatura in Europa e poniamo l’accento sulle strategie che possono aiutarci a preparare le nostre città alle ondate di calore future.

In questo numero, ricordiamo poi la biologa marina Monica Montefalcone, scomparsa in un tragico incidente alle Maldive, il cui lavoro per la conservazione della Posidonia oceanica ha contribuito a proteggere una delle piante marine più emblematiche del Mediterraneo, simbolo vivente di un mare sano.

Andiamo inoltre in Grecia, nel golfo di Amvrakikos, una sorta di Mediterraneo in miniatura, dove i ricercatori studiano il modo di salvare gli elasmobranchi - razze e squali - che finiscono nelle reti dei pescatori. E come sempre molto altro ancora.

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Test di caldo. A maggio un'ondata di caldo anomalo ha travolto l'Europa occidentale e in particolar modo la penisola iberica, dove sono state registrate temperature fino a 39 gradi. In Francia, l’agenzia meteorologica ha diramato un'allerta per l’arrivo di temperature fino a 12 gradi oltre la media stagionale. Secondo un'analisi di ClimaMeter, un'iniziativa che studia l'influenza del cambiamento climatico sugli eventi estremi, condizioni meteorologiche simili a quelle che hanno caratterizzato l'ondata di calore che ha recentemente colpito l'Europa occidentale risultano oggi fino a 2,5 gradi più calde e 2 millimetri al giorno più secche rispetto al passato. I ricercatori concludono che il cambiamento climatico indotto dall'uomo avrebbe fortemente contribuito a rendere l’evento di maggio più intenso. Ed è proprio nelle città che le ondate di calore si manifestano in maniera più evidente. Un approfondimento di Natalie Donback sulla preparazione di città come Parigi e Barcellona a un futuro sempre più caldo aiuta a capire le difficoltà sistemiche che i centri urbani devono affrontare per mettersi al riparo da temperature sempre più elevate. Una sfida che condivide la gran parte delle città mediterranee.

Il mega-progetto italiano in Libia. Un’imponente piattaforma industriale è salpata lo scorso 7 maggio dal porto di Ravenna destinata al pozzo petrolifero di Bouri in Libia. Il modulo offshore pesa 5.200 tonnellate, è alto 45 metri ed è stato progettato da un team di ingegneri di Eni per ridurre il cosiddetto flaring, ovvero il gas degli impianti petroliferi in eccesso che viene comunemente bruciato durante l’attività di estrazione del greggio provocando l’emissione di grandi quantità di CO2 in atmosfera legate alla mera attività estrattiva.

L’infrastruttura fa parte di un progetto più ampio di collaborazione tra Italia e Libia, in un momento in cui le forniture alternative di petrolio sono fortemente incentivate dalla crisi dello stretto di Hormuz.

Benzina e pesca. Una delle conseguenze dell’aumento del prezzo del carburante è la ricaduta sulla pesca. In Italia, molti pescherecci hanno preso l’amara decisione di non uscire a pescare per via del costo elevato del carburante, che è uno dei costi principali e più pesanti per i pescherecci. L’aumento anche di qualche centesimo può costare migliaia di euro mensili ai pescherecci, portando l’attività economica a essere infruttuosa.

Proteste anti-resort in Albania. La procura speciale anticorruzione dell'Albania ha avviato un'indagine sul controverso progetto turistico di lusso collegato a Jared Kushner, genero di Donald Trump. L'inchiesta riguarda modifiche allo status di protezione ambientale dell'area di Zvërnec, una zona costiera con lagune e habitat di grande valore ecologico, dove è prevista la costruzione di un vasto complesso turistico con hotel, ville e altre strutture ricettive per un totale di 10mila stanze. Ambientalisti, residenti e gruppi della minoranza greca denunciano i danni inevitabili agli ecosistemi locali, rischi per specie protette come fenicotteri e tartarughe. Negli ultimi giorni le proteste contro il progetto sono aumentate, con scontri tra manifestanti e forze di sicurezza e richieste di sospendere i lavori. 

Ma la trasformazione delle coste mediterranee a fini turistici non è un fenomeno che riguarda solo l’Albania. In Italia, un caso emblematico che si trascina da anni è quello di Fiumicino, vicino a Roma, dove la Royal Caribbean, società anch’essa americana, ha proposto la costruzione di un grande porto crocieristico lungo un tratto di litorale ancora relativamente poco sviluppato. Associazioni locali e residenti si oppongono al progetto da anni, sostenendo che quel tratto di costa dovrebbe essere preservato, anziché trasformato nell’ennesima infrastruttura a vocazione turistica (L'Indipendente).

Serpi nuotatrici. Alle isole Baleari un serpente invasore ha imparato a nuotare per raggiungere gli isolotti limitrofi e dare la caccia alla sua preda favorita: la lucertola delle Pitiuse (Podarcis pityusensis). Il colubro sardo (Hemorrhois hippocrepis) non era presente nell’arcipelago spagnolo fino a qualche anno fa, ora questo super-predatore sta facendo scomparire il rettile autoctono simbolo di Ibiza, la lucertola, appunto. Secondo i ricercatori, la lucertola è già scomparsa da altri 10 isolotti vicino a Ibiza, ma la cosa che ha sorpreso molti testimoni è il fatto che il serpente arrivi nuotando (come mostra questo video), spinto dalla fame e dalla sovrappopolazione, vista la sua crescita esponenziale in assenza di predatori. Al momento, in mancanza di una strategia più efficace, alcuni esemplari della lucertola delle Pitiuse sono stati portati allo zoo di Barcellona per evitarne l’estinzione.

In difesa della posidonia. Vogliamo ricordare la biologa Monica Montefalcone morta in un’immersione subacquea alle Maldive, non tanto per la sua tragica fine, quanto per il suo contributo scientifico. Montefalcone è infatti conosciuta come una delle principali esperte internazionali di Posidonia oceanica, la più importante e caratteristica pianta marina del mar Mediterraneo. Durante la propria carriera, si è impegnata non solo a studiarne il ruolo ecologico, ma anche a denunciarne la drastica riduzione nel corso di pochi decenni. A riprova del suo impegno, uno studio pan-mediterraneo, pubblicato pochi giorni dopo la sua morte, porta la sua firma insieme a quella di molti altri ricercatori. Attraverso più di 400 campioni raccolti, lo studio dimostra come dopo l’ondata di calore del 2022, una fioritura della posidonia sia stata registrata in buona parte del Mediterraneo - anche se in concentrazioni diverse - dimostrando un cambiamento biologico nelle strategie riproduttive di questa pianta, la cui importanza è stata più volte ricordata in altre edizioni di questa newsletter.

Starnuti infiniti. Un ricerca di Lancet, riportata dal Guardian, sostiene che il cambiamento climatico stia allungando il periodo in cui il polline provoca starnuti e irritazione agli occhi negli esseri umani ogni anno. L’ultima revisione degli impatti del clima sulla salute in Europa pubblicata dalla rivista medica Lancet ha infatti rilevato che nel periodo 2015-2024 i pollini di betulle, ontani e ulivi hanno iniziato a provocare reazioni allergiche una o due settimane prima rispetto al periodo 1991-2000.

Squali e razze nel piccolo Mediterraneo. Il golfo di Amvrakikos, in Grecia, è considerato un Mediterraneo nel Mediterraneo per la sua ricchissima biodiversità. Un reportage di Ugo Mellone (nonché autore della foto di copertina di questa newsletter), pubblicato su Nature, illustra la collaborazione tra i pescatori artigianali che operano nel golfo e un progetto di monitoraggio degli esemplari di squali e razze pescati accidentalmente, che vengono analizzati, registrati e poi rilasciati. Uno degli obiettivi del progetto “By ElasmoCatch” è proprio capire quale sia la maniera migliore di rilasciare squali e razze di piccola taglia per fare in modo che sopravvivano alla cattura accidentale da parte dei pescatori che vanno invece in cerca di altre specie, come i gamberetti, in questo specchio d’acqua di circa 400 chilometri quadrati nel nord-ovest della Grecia.

Lavorando a fianco dei pescatori nel golfo di Amvrakikos, Roxani Naasan Aga-Spyridopoulou è impegnata a proteggere gli elasmobranchi che finiscono nelle reti da pesca (Ugo Mellone).

Uragani mediterranei. Chiamati anche medicane, queste perturbazioni sono ormai sempre più impattanti tanto che l'anno scorso un collettivo di ricercatori ha proposto una definizione formale del fenomeno. In sostanza, gli uragani mediterranei hanno caratteristiche simili ai cicloni tropicali, ma non sono identici. Il rischio più grande è legato alle inondazioni che li seguono, per via delle piogge estreme che possono coprire anche aree molto ampie, così come i venti fortissimi che si creano in prossimità del centro di questi fenomeni atmosferici. È quanto è successo durante il ciclone ‘Jolina’, formatosi nel marzo 2026 nel Mediterraneo centrale, ma anche durante le tempeste 'Ianos' e 'Daniel', che negli ultimi anni hanno causato enormi danni sulle coste mediterranee. 

Il ciclone Jolina mentre si dirige verso la Libia nel marzo 2026. L'occhio della tempesta, calcolato quasi in tempo reale, è indicato da un punto rosso (Eumetat/Cnr-Isac/ Progetto Medicanes dell'Agenzia spaziale europea).

Lo scolo di Gibilterra. L’enclave britannica alle porte del Mediterraneo scarica le acque nere dei suoi 40mila abitanti direttamente in mare. Gibilterra, infatti, non ha mai avuto un sistema di depurazione dei propri scarichi e il fatto che non sia più parte dell’Unione europea non aiuta. La Corte dei Conti europea aveva ordinato al Regno Unito di intervenire e munirsi di un sistema di depurazione nel 2017, ma con la Brexit l’Ue non ha più voce in merito. Nel 2025 è stato firmato un piano tra il governo del territorio d'oltremare britannico e l’azienda Eco Waters per la costruzione di un depuratore, che è ancora in fase di pianificazione. Le organizzazioni ambientaliste nel frattempo continuano a denunciare la contaminazione di microplastiche e altri agenti chimici che le fognature scaricano in mare.

La sete delle rose siriane. La rosa di Damasco è sopravvissuta a imperi, crociate e guerre civili. In questo reportage fotografico, realizzato pochi mesi dopo la caduta del regime di Bashar Al Assad, la fotografa Emily Garthwaite ha visitato coltivazioni e distillerie dove si produce e lavora questa rosa che è considerata l’emblema della cultura siriana. Una coltura tradizionale che sta vivendo un declino importante legato principalmente alla riduzione delle piogge nella regione.

La Siria si trova su uno dei fronti più esposti della crisi climatica. Durante la stagione 2024–2025, le precipitazioni sono state circa il 60 per cento inferiori alla media annuale, mentre la produzione di grano, diminuita del 40 per cento, ha generato un deficit equivalente al fabbisogno alimentare annuo di 16 milioni di persone. La raccolta delle rose ha seguito una traiettoria simile. Se prima del 2011 le coltivazioni di rosa damascena coprivano 270 ettari, oggi ne restano appena 120. Le piante, che dovrebbero vivere fino a 60 anni, oggi sopravvivono in media solo 25 anni, con una riduzione della loro aspettativa di vita di oltre la metà a causa dell'aumento delle temperature e di precipitazioni sempre più irregolari (Atmos).

In copertina una foto di Ugo Mellone che ritrae alcuni pescherecci al lavoro nel golfo di Amvrakikos.

DAVIDE MANCINI
Giornalista freelance, si occupa di ambiente. Ha pubblicato diverse inchieste per media internazionali su argomenti come incendi forestali, pesca illegale e inquinamento del mare. Scrive, fotografa e filma i cambiamenti in atto nell’area del Mediterraneo. Qui trovi i suoi articoli.

Grazie per aver letto fino a qui. Questo è tutto per questo mese. Ci vediamo a luglio.

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